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Review: Vacuum

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Il vuoto dopo la nascita

di Vittoria Scarpa

Review: Vacuum04/05/2012 - Le difficoltà di una neomamma, la fatica, l'alienazione, l'isolamento. Una tristezza che diventa malattia e che può trasformare uno degli eventi più belli della vita – la nascita di un figlio – in un inferno. La depressione post partum è un tema delicato, scottante, a lungo considerato tabù. Il cinema non lo ritiene più tale e ne parla: lo ha esplorato Cristina Comencini in Quando la notte [trailer], in concorso all'ultima Mostra di Venezia; lo esplora un film attualmente nelle sale, Maternity Blues [trailer] di Fabrizio Cattani, anch'esso al Lido. E lo esplora Vacuum [trailer, film focus], opera prima del torinese Giorgio Cugno, presentato in concorso al XIII Festival del cinema europeo di Lecce, dove ha raccolto ampi consensi vincendo, oltre al Premio Cineuropa, il Premio Speciale della Giuria, il FIPRESCI e il Premio di 5000 euro.

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Lo si capisce sin dalle primissime immagini che Vacuum non è un racconto della maternità facile, edulcorato, conciliante. Lo spettatore viene catapultato in una sala parto, tra urla strazianti, respiri affannosi, primi piani di una giovane donna, Arianna (Simonetta Ainardi), che sta per dare alla luce il suo bambino, immersa in un buio irreale, dove le voci rassicuranti dei medici nulla tolgono alla brutalità del momento. La scena culmina in uno svenimento.

Nelle sequenze successive, i rituali che accompagnano tutti i neogenitori: le visite in ospedale, i nonni che scattano foto, gli amici che fanno battute, i commenti sulle somiglianze, e poi mettersi in posa, sorridere, scartare i regali, ringraziare e ancora sorridere. Sei mesi dopo, la realtà di tutti i giorni è un'altra: è fatta di pianti, notti insonni, staffette tra lavoro e casa, magliette che si bagnano del latte che esce dal seno anche quando sei al lavoro, il tutto scandito dal ronzio del tiralatte, quasi ipnotico, e dai gemiti e i più sottili respiri del bambino, restituiti con cura ed estremo naturalismo.

A colpire, di questo film, è proprio la grande fedeltà con cui sono raffigurati alcuni dettagli, anche molto intimi, della maternità. Frutto delle cinquanta interviste che il regista 32enne ha realizzato nel corso di circa un anno a madri e parenti che hanno vissuto in modo più o meno diretto il dramma della depressione post partum. E lo stile registico sa cogliere con esattezza particolari e sfumature: la macchina da presa sta attaccata alla protagonista, al suo bambino, coglie i loro piccoli gesti, i loro sguardi d'amore, ma anche la stanchezza, il vuoto (vacuum) che gradualmente si insinua nello sguardo della madre, l'apatia che incombe e che l'amorevole marito Milo, interpretato dallo stesso regista, non riesce a contrastare.

Arianna si ritrova spesso sola. Milo, per mantenere il suo lavoro precario, è costretto a stare via anche settimane. Niente vacanze, non ci sono i soldi. Nessuno svago, solo pannolini, tiralatte, pappe, e le pareti della casa che le si stringono sempre più intorno. La narrazione si mantiene in sottile equilibrio sul baratro, sul peggio che potrebbe succedere, e che forse succede. Per suggerire infine che un attimo di accecamento è possibile, in quelle condizioni, in ogni momento, non preannunciato da alcun segnale particolarmente allarmante. Allarmante è tuttavia un dato, quello dell'O.N.Da - Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna: in Italia, la depressione post partum colpisce ogni anno il 16% delle neomamme.

Vacuum è stato girato in un mese e mezzo, a Torino, con un budget di appena 10mila euro, senza contributi pubblici. Il film è in attesa di distribuzione.

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