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Niente da nascondere
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articolo
28 Settembre 2005
Niente da nascondere
Delitto e castigo
Haneke trasforma lo schermo in specchio della coscienza. Conversione di un regista che ha sempre negato la possibilità di una 'eredità' del crimine ?
di Bénédicte Prot
In questo dramma psicologico, sin dall’inizio siamo investiti del malessere che pervade tutto il film, laddove la prima inquadratura, che sembra presentare la scena, non è un’immagine ‘reale’ ma un’immagine fissa di un video di due ore puntata sul palazzo dove vive Anne (Juliette Binoche), editrice, e Georges (Daniel Auteuil), curatore di una trasmissione letteraria. Questa coppia borghese, con il figlio adolescente, sono tormentati da un uomo che invade la loro intimità due volte, prima filmandoli, poi obbligandoli a guardare le cassette che gli invia tutti i giorni, avvolte in un sinistro disegno infantile. Questa presenza, o meglio quest’assenza fantomatica di un voyeur ‘nascosto’, di cui l’identità resta un mistero sino alla fine, contribuisce all’atmosfera asfissiante del film; è un gioco di specchi in cui le vittime sono costrette a rivolgere lo sguardo su se stesse e a sondare le tenebre delle loro proprie coscienze.
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Poco a poco, il malevolo operatore comincia ad orientare il suo sguardo verso il cortile di una fattoria, un luogo legato al passato di Georges. Una scena occultata (per non dire ‘nascosta’ come nel titolo), riappare con violenza e riapre la ferita del sangue innocente versato durante la Guerra d’Algeria. La vendetta del figlio abbandonato, non si manifesta nell’arrecare sofferenza a Georges, ma consiste nel costringerlo ad assistere al suo dolore di orfano tradito in un bagno di sangue impressionante. Quando Georges, riceve, più tardi, il video di lui stesso mentre guarda, impotente, quest’uomo suicidarsi, l’incubo è come amplificato dalla moltiplicazione degli schermi interposti tra lui e la realtà. Mai come in questo film Michael Haneke si è concentrato sulla posizione dello spettatore della violenza più che dell’attore di quest’ultima. Senza arrivare all’apice del voyerismo portato all’estremo nel quale ci conduce il suo conterraneo Markus Heltschl in Images Volées (Der gläserne Blick), Haneke incolpa anche colui che guarda. Come nel "carnefice di se stessi" di Baudelaire, lo spettatore della violenza, chi la subisce, è colpevole quanto chi la mette in atto

Contrariamente alla sua abitudine, Haneke qui sembra offrirci la spiegazione razionale che ci aveva negato in Funny Games (con l’espediente dei commenti ironici di Tom su tutte le possibili cause della sua cattiveria). In Niente da nascondere, ad un episodio traumatizzante dell’infanzia dei personaggi è dato il compito di spiegare gli eventi. Haneke si inchina infine alla legge della casualità ? pensandoci bene questa vendetta sproporzionata non è plausibile e l’identità del voyeur resta oscura. La realtà e le sue rappresentazioni filmate si sovrappongono troppo perché qualcuna di esse abbia un senso. L’ultima scena è più che enigmatica ed i dialoghi suonano falsamente naturali. Oltre alla tensione piena di antagonismi taciuti che assilla tutti i dialoghi dei film di Haneke, la famigliarità degli scambi nella coppia parigina è così calcata che ne risulta dissonante. Il regista lascia lo spettatore in uno stato d’insoddisfazione, realizzando così il suo scopo dichiarato: non fare mai della violenza qualcosa di appagante.

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