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"Ci viene data la vita nello stesso momento in cui ci viene data la morte"

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Martin Provost • Regista

di 

- Incontro a Berlino con lo sceneggiatore e regista francese Martin Provost per parlare di Quello che so di lei, presentato fuori concorso

Martin Provost • Regista
(© Berlinale)

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(Sage Femme), storia della riunione "in un momento di svolta delle loro esistenze" tra Claire (Catherine Frot), l’infermiera del titolo (lett. Ostetrica) – nubile, in età per essere madre di un figlio a sua volta in età per essere padre, più attenta agli altri che al proprio piacere – e una figura del suo passato, Béatrice (Catherine Deneuve), l’ultima amante di suo padre deceduto, un’edonista un po’ volatile che brucia la candela da entrambi i lati con una gioia di vivere contagiosa. Sostenuto dal "genio" delle due attrici per le quali ha creato questi ruoli, Martin Provost narra con sensibilità come, riprendendo il filo di un’amicizia a lungo nascosta, a metà "tra nascita e morte", le due donne rifacciano insieme un pezzo di strada. Il regista ci racconta lo spunto che lo ha portato a fare questo film e a creare questi due personaggi forti e toccanti. 

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Cineuropa: Quello che so di lei sembra farci entrare in un mondo lontano da quello suo solito. Da cosa è partito per immaginare questa storia?
Martin Provost: Non volevo parlare di me. Certo, forse si finisce sempre per parlar di sé, ma avevo davvero voglia di qualcos’altro. In questo caso, volevo rendere omaggio alle ostetriche, come quella che mi ha salvato la vita, perché quando sono nato, ho rischiato di morire; cercavano disperatamente del sangue, e visto che l’ostetrica aveva il mio stesso gruppo sanguigno, mi ha donato il suo sangue. Ho quindi del sangue di ostetrica nelle vene, ed è una cosa cui penso spesso... Detto questo, ho davvero voluto rendere omaggio a tutta una professione, andare oltre la mia piccola storia per farne una grande storia che si rivolgesse a tutti. Così, ho immaginato questo personaggio in un momento di svolta della sua vita, con tutto ciò che ne consegue, e soprattutto, questa possibilità che lei ha di aprire le porte della vita, ma anche quelle della morte – perché i gesti sono gli stessi: ci viene data la vita nello stesso momento in cui ci viene data la morte e questo ci accompagna.

Il legame tra Claire e Béatrice, articolato attorno al padre defunto, è stato a lungo interrotto, negato anche, e avrebbe potuto rimanere così, ma sebbene la riunione non sia affatto facile, ci si rende conto che senza di essa le loro vite non sarebbero state complete.
Quanto Claire era bambina, Béatrice ha portato nella sua vita una sorta di spensieratezza e una gioia di vivere che, una volta sparite, le sono mancate molto. Il tema del film è anche questo: l’assenza. Se ci pensi, il personaggio centrale del film è un uomo! (ride) Mi dicono sempre che scrivo film su donne, ma a ben guardare c’è sempre un uomo, anche se assente. Parlo molto dell’assenza degli uomini. Il padre è un uomo di cui loro hanno sentito un’enorme mancanza ed è proprio lì che si ricongiungono, fanno la pace accettando la sua scomparsa, perdonandogliela.

Aveva scritto i ruoli di Claire e Béatrice pensando proprio a Frot e Deneuve?
Era il punto di partenza: ho scritto veramente la sceneggiatura per loro, e anche per Olivier Gourmet. Sognavo questo trio, e mi hannno detto sì tutti e tre! E’ una cosa enorme questa, quando succede. Avevo timore ai primi incontri, ma poi è andata molto bene perché c’era la voglia di far parte di questa storia. E’ bastato mettere le due Catherine insieme e voilà, avevo i personaggi del film! Perché c’è da dire che è andata un po’ come nel film, una sorta di confonto quasi improbabile tra due nature completamente diverse ma piuttosto complementari. Non so se se ne rendessero totalmente conto, ma io vedevo che qualcosa stava accadendo e che avrei avuto cose magnifiche da mostrare. Bisognava avere una certa umiltà per glissare nel mezzo e guardarle fare, perché sono veramente geniali. 

(Tradotto dal francese)

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