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"Pensieri liberi, voci liberate, questa è stata la mia motivazione"

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Iram Haq • Regista

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- TORONTO 2017: Abbiamo incontrato la regista norvegese Iram Haq, il cui nuovo film What Will People Say farà la sua première mondiale a Toronto

Iram Haq • Regista

Nella sezione Platform del Festival internazionale di Toronto troviamo quest’anno What Will People Say [+leggi anche:
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, secondo lungometraggio della regista norvegese Iram Haq, prodotto da Maria Ekerhovd per conto di Mer Film. Cineuropa ha incontrato la regista a Oslo, in un café di Grünerløkka, quartiere popolare a cui è affezionata.

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Cineuropa: What Will People Say è un film drammatico.
Iram Haq:
Effettivamente sì, ma l’atmosfera non è sempre cupa e drammatica. Non è un film d’azione, ma la suspense trova il suo posto con tensioni e tempi forti. Narrazione semplice, in ordine cronologico, senza flashback. È una drammaturgia classica.

È il sequel di I Am Yours [+leggi anche:
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, il tuo primo lungometraggio presentato a Toronto nel 2013?
È piuttosto un prolungamento. Le trame sono diverse. In I Am Yours Mina, che cresce da sola il figlio, non si sente gradita e ha difficoltà ad affrontare le avversità. In What Will People Say la pressione sociale gioca un ruolo più importante. Viene posto l’accento sui conflitti culturali, ma anche generazionali. La mia eroina Nisha, che vive con i genitori, vorrebbe avere dei buoni rapporti con loro e allo stesso tempo vivere come i giovani norvegesi della sua età. Le tradizioni a cui la sua famiglia è attaccata non le permettono di spiccare il volo: in questo ambiente la preoccupazione per quello che verrà detto è primordiale, ed è faticoso e frustrante dover rispettare delle regole imposte da altri. Nisha vivrà dunque una doppia vita fino al giorno in cui verrà sorpresa a violare i valori familiari. Momento critico che avrà delle importanti conseguenze.

Parliamo un po’ del cast di What Will People Say.
Maria Mozhdah, l’interprete di Nisha, l’ho trovata dopo molte audizioni. Aveva quello che desideravo, cioè coraggio e determinazione, oltre il talento ovviamente. Dato che la sua esperienza come attrice era limitata, abbiamo lavorato insieme intensamente. Ha preso coraggio e si è buttata a capofitto nel ruolo. Adil Hussain, straordinario attore che ha fatto Vita di Pi, interpreta il ruolo del padre. È circondato da donne forti e talentuose, attrici professioniste e non.

Avete girato in studio?
Per niente. Sia le scene negli esterni che quelle negli interni sono state tutte girate in Norvegia, Germania, Svezia e India. Circa tre mesi di riprese con delle pause. Mi piace molto l’India e, dopo una minuziosa preparazione, ci sono andato in perlustrazione diverse volte in compagnia del direttore della fotografia Nadim Carlsen e, alla fine, ho deciso di girare le riprese nella regione del Rajasthan, nel nord-ovest del paese.

In un paesaggio rurale?
Un universo né rurale né urbano francamente, semplicemente una cittadina tradizionale. Il mio film vuole essere il più autentico possibile e gli attori, con la loro interpretazione e la loro naturalezza, hanno contribuito a rendere tutto veritiero, così come la musica, che dobbiamo a due compositori che non si conoscevano, il tedesco Lorenz Dangel e il danese Martin Pedersen. Sono intervenuti solo nell’ultimo stadio del montaggio, perché volevo essere sicuro di me stesso, sentire, sapere veramente che tipo di musica avrebbe vestito meglio il mio film. Gli addetti alla post-produzione, il danese Janus Billeskov Jansen e la norvegese Anne Østerud, si conoscevano invece molto bene avendo spesso lavorato insieme, in particolare per I Am yours e per Il sospetto [+leggi anche:
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intervista: Thomas Vinterberg
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di Thomas Vinterberg. Li ho seguiti per tutto il processo di post-produzione. Un materiale di partenza di tre ore ridotto a 106 minuti... L’ho fatto senza remore, poiché bisogna essere esigenti con se stessi e saper mettere un punto.

I media hanno spesso parlato di episodi simili a quelli che Nisha vive.
Per quanto mi riguarda, ho voluto mostrare le cose da un punto di vista interno, le emozioni, il vissuto com’è percepito intimamente, senza fare un film in bianco e nero preconfezionato. La mia generazione è più disposta a condividere i propri sentimenti di quella precedente. È importante per me parlare apertamente di ciò che è tabù, di ciò che la società ci costringe a tacere, di far sentire la voce delle donne, di mostrare le cose per come sono, senza filtri, con il rischio di non piacere a qualcuno. Pensieri liberi, voci liberate, questa è stata la mia motivazione per il film. La causa delle donne mi affascina e sento di avere una responsabilità, quella di dire alle mie sorelle donne di non avere paura, di correre il rischio di parlare, di aiutarsi reciprocamente.

(Tradotto dal francese)

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