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"Sto solo narrando una storia"

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Cristian Mungiu • Regista

di Boyd van Hoeij

01/07/2007 - Chiacchierata di Cineuropa con regista della Palma d'Oro 2007 di Cannes tenutasi al Transylvania International Film Festival, dove il film ha avuto la sua anteprima rumena

Cristian Mungiu • Regista

Cineuropa: Dove posizionerebbe il suo film?
Cristian Mungiu: Non credo di pensare coscientemente di aver lavorato nel genere d’essai. Non sono un fan di questi film di nicchia che verranno visti da poche persone in una piccola stanza. Cerco di fare film per la gente e cercare di essere onesto, usando il mio linguaggio. Cerco sempre di realizzare pellicole nelle quali, sin dall’inizio, non si capisca cosa accadrà.

Come vede il successo del suo film in relazione al crescente aumento di attenzione nei confronti del cinema rumeno?
Sono sicuro di dovere questo successo non soltanto al film — pur restando convinto che sia stato apprezzato davvero — ma anche al fatto che era stato preparato da successi precedenti. Quando un film rumeno venne selezionato a Cannes 2001, fu una sorta di vittoria nazionale. All’epoca sarebbe stato impensabile anche avere un film in Concorso Ufficiale.

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Perché scoppia ora il boom del cinema rumeno?
Non è un domanda semplice. Sicuramente è importante la competizione fra le persone: tutti cercano di fare un film migliore di quello prima di lui. Si deve mantenere un certo standard perché si verrà paragonati con se stessi e poi con gli altri allo stesso tempo. Poi ci sono altre cose; il sistema finanziario funziona meglio che dieci anni fa. Ogni anno molta gente ha l’opportunità di fare il suo prima film. Poi c’è una vera preoccupazione della gente che lavora nel cinema e filmmaker che hanno la propria casa di produzione; così si assicurano che tutto il denaro guadagnato sarà destinato al film e avranno il controllo assoluto sulla produzione e per fare tutto ciò che vogliono.

Com’è stato finanziato il film?
Prima di tutto, abbiamo avuto del denaro di sviluppo dallo Hubert Bals Fund, credo a settembre, e ci ha aiutato molto. Non solo come cifra economica, ma perché in seguito ci ha permesso di organizzare una proiezione a Rotterdam per i rivenditori, che ha dato via voci molto positive prima a Rotterdam e poi a Berlino. Abbiamo iscritto il film anche allo schema di finanziamento del CNC [Consiglio nazionale del Cinema] ma volevamo girare d’inverno, e abbiamo usato i soldi della mia compagnia di produzione, sperando di recuperarli poi dal CNC.

Ha descritto l’aborto del film come un atto di protesta...
La gente all’epoca vedeva il divieto di abortire come una intrusione nel sistema della libertà personale, e lo considerava come una forma di protesta contro il sistema. Ma, se me lo si chiede, credo ci sia molto egoismo in questo modo di pensare, perché ci impedisce di vedere il problema reale. Questo però è il modo in cui la gente voleva rapportarsi ad esso e in quel periodo nessuno prestava attenzione a alle conseguenze morali. Era un’epoca in cui non si aveva il tempo di pensare alle cose, bisognava sopravvivere e non essere presi.

Si tratta quindi di una storia moralista?
No non lo è, perché significherebbe che il mio punto di vista è dentro la storia, mentre spero non lo sia; sto solo narrando una storia. La gente può vederci della morale. In un modo strano, la storia parla anche di ciò che la mancanza di libertà fa alla gente, ed un racconto sul modo di abusare della mancanza di libertà sarebbe altrettanto sbagliata, perché dopo i divieti di abortire in epoca comunista negli anni ’90 si è abusato di questa libertà. Abbiamo avuto circa un milione di aborti nel primo anno dopo la caduta del comunismo. Non sapevamo come comportarci. Si pensava: se la legge ti autorizza va bene. Ma bisogna anche pensare al tipo di libertà che ti viene concessa.

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