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Michael Haneke • Regista

"Il tema è il nostro modo di vivere, il nostro autismo"

di 

- CANNES 2017: Il cineasta austriaco Michael Haneke ha dato alla stampa qualche chiave di lettura di Happy End, in concorso al 70° Festival di Cannes

Michael Haneke • Regista
(© M. Petit / Festival de Cannes)

Circondato dal suo cast di attori tra cui Isabelle Huppert e Jean-Louis Trintignant, Michael Haneke ha dato, con la sua solita riluttanza a spiegare il senso dei suoi film, qualche chiave di lettura della sua nuova opera, Happy End [+leggi anche:
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, svelata in competizione al 70° Festival di Cannes.

Perché ha incentrato il suo film su questa strana famiglia borghese di Calais?
Michael Haneke: Come autore, sono sempre alla ricerca di nuovi soggetti. Qui si può parlare di cecità nei riguardi della vita. Ma non cerco mai un tema specifico, è una cosa che mi annoia ed è procedendo in questo modo che si producono cliché. Devo essere toccato da qualcosa affinché si inneschi tutto il resto. Questo film nasce da una certa amarezza rispetto al nostro modo di vivere, di guardare solo al nostro ombelico in mezzo al mondo che ci circonda. E non è un problema francese, avrei potuto fare lo stesso film in Germania, in Austria o altrove. Il tema è il nostro modo di vivere, il nostro autismo.

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Come ha lavorato sulla scrittura della sceneggiatura?
Dopo Amour [+leggi anche:
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, ho scritto un altro film che non sono riuscito a fare. Quindi mi sono dovuto rimettere a pensare e a scrivere molto velocemente perché avevo perso due anni. Poi, la scrittura è un misto di cose. Cominci a dare colore ai personaggi e allo stesso tempo si costruisce la trama. Così, in Happy End, non c’è una trama vera e propria, e neanche una grande sorpresa che crei tensione. Il mio metodo è raccontare il meno possibile per provocare il massimo di reazioni presso lo spettatore.

Happy End evoca i social network, le nuove tecnologie di comunicazione.
E’ una cosa che mi riguarda. Siamo inondati d’informazioni con l’illusione perenne di essere informati. Ma in verità, non sappiamo niente. Un tempo, un contadino conosceva il suo villaggio, gli bastava ed era a suo agio. Oggi lo stesso contadino ha la televisione e Internet, è super informato, ma non sa niente. Perché la sola cosa che conosciamo veramente è quello che viviamo. Tutte queste informazioni, è solo superficie. In vent’anni, il mondo è cambiato come mai nella storia dell’umanità con l’evoluzione dei mezzi di comunicazione. Mi sono interessato a questo tema fin dai primi film perché non possiamo comprendere l’evoluzione di una società senza parlare dell’evoluzione dei mezzi di comunicazione.

Il film è cosparso di riferimenti ai suoi film precedenti, in particolare ad Amour. Per quale ragione? Per gioco?
No. La scena alla quale pensate, quella in cui il personaggio interpretato da Jean-Louis Trintignant racconta la morte di sua moglie, è perché Amour era nato da un evento della mia vita privata che mi aveva segnato molto. Ho voluto farvi di nuovo riferimento in Happy End per le stesse ragioni. Ma dato che l’umorismo del film è un po’ contorto, è vero che si può vedere la cosa in un altro modo, ma non era questo lo scopo.

Quale messaggio voleva far passare sulla questione dei migranti?
Non risponderò a questa domanda. Ho mostrato dei momenti e siete voi che dovete trovare la vostra interpretazione. Io do alcuni indizi, ma lo spettatore poi deve fare il suo lavoro.

(Tradotto dal francese)

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