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BERLINO 2018 Panorama

Recensione: Genesis

di 

- BERLINO 2018: Il nuovo film di Árpád Bogdán è un film audace e impressionante che coinvolge lo spettatore, ma non sono chiare alcune parti della sua storia

Recensione: Genesis
Milán Csordás in Genesis

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, il secondo film del regista ungherese Árpád Bogdán, dopo Happy New Life [+leggi anche:
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nel 2007, s’ispira a un incidente del 2009 in cui un gruppo neonazista ha attaccato un campo rom con bombe Molotov, cani da combattimento e fucili da caccia. Diviso in tre capitoli che si focalizzano sui tre personaggi connessi in qualche modo all’attacco, è una forte esperienza sensoriale che da un lato coinvolge in maniera profonda lo spettatore all’interno dell’atmosfera, ma non riesce a mantenere una solidità narrativa. Il film ha avuto la sua première mondiale nella sezione Panorama del Festival di Berlino.

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Il primo capitolo è il più forte e prende il nome dal giovane ragazzo rom, Ricsi (Milán Csordás), il cui padre è stato appena condannato a due anni di prigione. Bogdán ci fornisce un quadro vivo e profondo della vita in un campo rom dal punto di vista del ragazzo, completo di scene di macellazione di maiali e vendita, immondizia bruciata, una partita di calcio in un campo improvvisato in mezzo alle pecore. Fino a quando il villaggio viene attaccato e Ricsi, anche se viene ferito da pallettoni, riesce a scappare mentre sua mamma viene uccisa.

Ricsi si ritrova a rimanere con i suoi nonni ed è certo che il campo sia stato attaccato da un boscaiolo sul quale ha sentito storie spaventose; quindi secondo il ragazzo, lui deve essere il carnefice. In una delle scene più forti del film, Ricsi decide di non vendicarsi più dopo aver visto l’uomo insieme alla sua famiglia.

Il secondo capitolo si focalizza su Virag (Eniko Anna Illesi), una teenager che si esercita al tiro con l’arco e prova affetto per i cani, quelli che visita al canile gestito da Mihaly (Tamas Ravasz). Un giovane uomo con un passato turbolento e losco, si rivelerà far parte del gruppo che ha attaccato il campo rom.

La parte finale, l’unica con una storia abbastanza chiara, segue Hanna (Anna Marie Cseh), una giovane avvocatessa incaricata di difendere Mihaly. Tutti e tre i filoni della trama saranno finalmente collegati quando Ricsi viene chiamato come testimone al processo. 

L’approccio registico di Bogdán vuole far immergere lo spettatore nel mondo del film e su questo riesce ad avere successo. La videocamera portatile di Lamas Dobos è spesso vicina ai protagonisti, e in qualche scena cruciale, fa meraviglie spostando il fuoco, mentre per le sequenze pensate per portarci più vicini alla condizione psicologica dei personaggi, sceglie i dettagli, come le gocce d’acqua sul corpo di Virag nella vasca da bagno o le lacrime di Hanna.

Il sound design di Gábor Császár è, forse ancora più efficace, l’altro strumento di supporto alla visione del regista, soprattutto fa un uso creativo del fatto che Virag abbia un apparecchio acustico, oltre a paesaggi sonori impressionanti e personali da cui Ricsi e Hanna sono circondati. La partitura della compositrice Bela TarrMihály Víg, è intensamente malinconica, talvolta anche prossima al banale.

Sfortunatamente, le difficoltà dei personaggi di Virag e Hanna e del loro passato non sono delineate in maniera convincente o chiara come quelli di Ricsi, quindi mentre si prova ad avere un’idea su cosa li guida, si rimane anche con delle domande irrisolte che impediscono di entrare a pieno all’interno del film come voleva il regista nel secondo e terzo capitolo. Resta comunque un’opera cinematografica impressionante che rimane sicuramente con lo spettatore.

Genesis è stato coprodotto dalle ungheresi Mirage Film e Focusfox, e HNFF World Sales possiede i diritti internazionali.

(Tradotto dall'inglese da Francesca Miriam Chiara Leonardi)

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