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BERLINO 2018 Berlinale Special

Recensione: The Interpreter

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- BERLINO 2018: Le intenzioni di questo road movie in cui Martin Šulík riunisce un figlio di nazista e un figlio di vittime ebree sono lodevoli, ma il film riesce solamente ad essere prevedibile

Recensione: The Interpreter
Jiří Menzel e Peter Simonischek in The Interpreter

Lo slovacco Martin Šulík riunisce nel road movie The Interpreter [+leggi anche:
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, in programma al Festival di Berlino nella sezione Berlinale Special, due personaggi innegabilmente interessanti: Ali Ungár, un vecchietto discreto, meticoloso ed equilibrato, figlio di ebrei uccisi in Slovacchia alla fine della Seconda guerra mondiale, traduttore di mestiere, e Georg Graubner, figlio di un nazista appena più giovane, estroverso e pieno di vita, che ha bisogno di un interprete per ripercorrere i luoghi slovacchi in cui durante la guerra suo padre ha servito in qualità di membro della Gestapo (un viaggio rievocato dal nazista nelle lettere scritte alla moglie che sembravano essere di un buon padre di famiglia, mentre l’uomo era un tipo ignobile che ha freddamente massacrato dei villaggi interi). Per interpretare Ali e Georg, Šulík ha scelto due interpreti altrettanto simpatici: il formidabile regista ceco Jiří Menzel (premio Oscar nel 1968 per Treni strettamente sorvegliati, tre volte in lizza a Berlino, Orso d’oro nel 1990 per Allodole sul filo) e l’attore austriaco Peter Simonischek, che ritrova qui la bonomia del suo personaggio in Vi presento Toni Erdmann [+leggi anche:
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Anche le stesse intenzioni del film sono lodevoli poiché si tratta di analizzare in un tono molto leggero, attraverso un “buddy movie” su un’improbabile amicizia che si stringe tra i due simpatici vecchietti mentre percorrono la Slovacchia in macchina, la tematica del ricordo e della trasmissione di padre in figlio (del lutto, della responsabilità, del pentimento, del silenzio…). Attraverso i diversi incontri che i due personaggi sono naturalmente portati a fare durante il percorso, le ragioni per ricordare e dimenticare, in modo volontario o meno, con toni di rimorso o no, vengono delicatamente espressi, e il regista non dimentica che le attuali guerre causano nuovi orfani in Europa. La seconda parte del film è un po’ più pesante, dopo una prima parte dedicata alla nuova amicizia tra Ali e Georg che riprende le figure obbligate dal genere: la camera di un motel che i compagni di viaggio sono obbligati a condividere, gli attriti causati dall’irascibilità del più serio, mentre l’altro vuole costantemente godersi il viaggio e rimorchiare al bar dell’hotel (in cui ha proprio luogo la tradizionale e triste festa di matrimonio di provincia che si addice a questo genere di scenario cinematografico).

Difficile dire che Šulík porti qualcosa di nuovo ai due generi associandoli qui in maniera molto appropriata, senza errori di gusto o mancanza all’obbligo tacito di prendere tale argomento con le giuste pinze. Addirittura ci si stupisce un po’ nell’ascoltare un gruppo di spettatori applaudire, alla fine, questo lavoro convenzionale, forse sotto l’effetto di un violoncello malinconico che accompagna con enfasi la seconda parte del film (qui si percepisce il movimento del “circolo virtuoso” che fornisce film standard per un pubblico standard, mentre il cinema può fare di meglio piuttosto che essere prevedibile e toccante), ma l’insieme è ben retto dai due interpreti.

The Interpreter è stato prodotto da Titanic (Slovacchia), In Film Praha (Repubblica Ceca) e Coop99 Filmproduktion (Austria). Le vendite internazionali del film sono assicurate dell’agenzia francese Celluloid Dreams.

(Tradotto dal francese da Francesca Miriam Chiara Leonardi)

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