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CANNES 2018 Un Certain Regard

Recensione: My Favourite Fabric

di 

- CANNES 2018: Con un primo lungo strano e allegorico, Gaya Jili trova un angolo interessante per esplorare la condizione della donna e il conflitto siriano

Recensione: My Favourite Fabric
Manal Issa e Mariah Tannoury in My Favourite Fabric

C’era una volta un giovane uomo molto bello che aveva dei sogni. Voleva viaggiare, era il figlio preferito di suo padre, e quest’ultimo l’amava troppo per poterlo lasciare andare. I suoi 11 fratelli gelosi di lui volevano ucciderlo… Questo racconto, inserito in My Favourite Fabric [+leggi anche:
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della siriana Gaya Jiji, un primo lungometraggio presentato nella sezione Un Certain Regard del 71esimo Festival di Cannes, è tutt’altro che banale quando viene raccontato a un militare, in una stanza di Damasco, poco tempo dopo le prime insurrezioni della primavera araba in Siria (marzo 2011), prologo di un terrificante ciclo di violenza nel quale il paese si trova ancora.

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Tuttavia, la regista non sembra seguire questa direzione, la quale invece si focalizza su Nahla (l’eccellente Manal Issa), una giovane donna di 25 anni, commessa in un negozio di abbigliamento che vive con sua madre Salwa (Souraya Baghdadi) e le sue sorelle più piccole Myriam (Mariah Tannoury) e Line (Nathalie Issa). Mentre la radio della cucina scandisce ogni mattina le nuove tensioni crescenti a Deera, Nahla aspetta l’arrivo di un compatriota che abita negli Stati Uniti e che viene ad incontrarla per concludere un matrimonio combinato che le farà lasciare la Siria. Una prospettiva che, in realtà, non corrisponde con la personalità di Nahal che trova soffocante la vita comunitaria, e la cui vita onirica è piena di sogni (piuttosto casti) erotico-sentimentali di cui non si sa veramente se abbiano o no un fondo di realtà. Alcuni desideri nascosti la porteranno a scoraggiare un po’ il suo pretendente, Samir (Saad Lostan) che infine sceglierà Myriam. Ma fondamentalmente Nahal sarà sempre più coinvolta nella vita della nuova vicina, la Signora Jiji (Ula Tabari) il cui appartamento fa da sfondo a un commercio tabù.  

Con qualche pista falsa che mantiene quel senso di mistero, My Favourite Fabric si rivela un film intrigante, che mescola due livelli di percezione con, all’apparenza, un ritratto ben riuscito (per mezzo di primi piani e della sceneggiatura) sulla quotidianità di una donna siriana con le sue aspirazioni, i suoi fantasmi e le sue paure, ma nel dettaglio, questo film è anche un’allegoria sugli inizi della guerra. L’attrito tra questi due livelli crea uno straniamento progressivo sfiorando a volte la stranezza e nuocendo alla coerenza di un insieme che non manca tuttavia di qualità. Un lato composito alimentato da un’eccellente sequenza accelerata in strada a Damasco e da immagini d’archivio sui primi scoppi di un conflitto dove il potere in atto continua a schiacciare i sogni del suo popolo sotto le bombe.

Produzione associata francese firmata Gloria Films, coprodotta da Katuh Studio (Germania), Dublin Films (Francia), Les Films de la Capitaine (Francia) e Liman Film (Turchia), My Favourite Fabric è venduto da UDI (Urban Distribution International).

(Tradotto dal francese da Francesca Miriam Chiara Leonardi)

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