“Forse dovremmo davvero dire basta una volta per tutte, trovare il coraggio di chiudere e stare a vedere cosa succede”, scrive il direttore
Angelo Signorelli introducendo il programma del
Bergamo Film Meeting al via domani (fino al 14 marzo) con un calendario come sempre ricco e articolato, nonostante i tagli al budget che minacciano un futuro “sempre più incerto” (e le cose rischiano persino di peggiorare).
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Basta scorrere titoli e sezioni, omaggi e retrospettive, per accorgersi che la chiusura del Meeting, luogo di incontro e di crescita per generazioni di cinefili, appassionati, studiosi, sarebbe una perdita a dir poco grave: giunto alla sua ventottesima edizione, il festival è un punto di riferimento, tanto per la divulgazione del nuovo cinema europeo, quanto per l’approfondimento di cinematografie poco frequentate (quest’anno l’Ungheria, anche se la selezione dei titoli è forse la più “debole” del cartellone, con film perlopiù molto visti come
Hukkle e
White Palms [
trailer,
film focus]) e la riscoperta dei classici del passato (quest’anno gli occhi sono tutti per
Jean Gabin e per il fascino ambiguo delle dark lady).
Sette i lungometraggi in concorso, tutti dal vecchio continente, tra cui l’italiano
La piccola A di
Salvatore D’Alia e
Giuliano Ricci, prodotto dalla Scuola di Cinema, Televisione e Nuovi Media di Milano: il ritratto di una donna, Antonia, “votata” alla sopportazione altrui, e che solo nel contatto con i pazienti del Day Hospital psichiatrico in cui lavora – spiegano gli autori – trova “la possibilità di un presente in cui dare spazio ai propri reali desideri”.
Confermata l’attenzione per il documentario, cui il festival dedica la sezione “Visti da vicino”: 22 film, sguardi europei in trasferta (gli italiani
Davide Arosio e
Alberto Gerosa, che nelle Filippine hanno girato
Angeles City), ritratti di cuochi di guerra (l’originale
Cooking History di Peter Kerekes, che racconta le guerre del XX secolo attraverso dieci ricette), biopic eccentrici di uomini “comuni” (
La tumultueuse vie d’un déflaté di Camille Plagnet, su Grand Z, per vent’anni guidatore della linea ferroviaria Abidjan-Ouagadougou, in Burkina Faso) e di artisti celebri (
The Secret of Boccherini, che Carine Bijlsma ha dedicato al padre Anner, famoso violoncellista).
Basterebbe la ricchezza di queste proposte (e di molte altre: segnaliamo almeno “Cinescatti”, il progetto per il recupero e la valorizzazione degli archivi di famiglia, in particolare quelli girati tra gli anni ‘30 e gli ’80) ad augurarci – di più: a pretendere – che il Meeting prosegua. Come Signorelli, anche noi “vogliamo pensare che il Meeting non possa morire, che anzi ci saranno ancora altre edizioni e ci ritroveremo di volta in volta con rinnovata energia”.