Approda al Lido il documentario più atipico della Mostra:
Staub del tedesco
Hartmut Bitomsky è il titolo che più si discosta dai generi tradizionali della non-fiction, spesso declinata (anche a Venezia) nelle forme consuete della biografia o del film-concerto.
La sfida è raccontare l’infinitamente grande (guerra, inquinamento, economia), attraverso l’infinitamente piccolo. Col suo diametro di 0,1 millimetri, la polvere è il limite ultimo della visibilità a occhio nudo:
Staub la elegge a protagonista, a guida d’eccezione nelle contraddizioni del nostro tempo. Non prima d’averci ricordato che la grana (della pellicola) non è diversa dai granelli (di polvere), e che quindi ogni film è “polvere che splende nel buio della sala”.
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A dire della statura di
Hartmut Bitomsky, bastano il disegno dei movimenti di macchina, la precisione delle inquadrature. E la sottigliezza psicologica: la donna che ogni settimana smonta il televisore per pulirlo nella vasca da bagno, ci racconta di una sfida titanica che piacerebbe a
Werner Herzog, di una lotta votata alla sconfitta. Perché, come scrive Raymond Queneau, per quanti sforzi si facciano la polvere “lascia sempre un residuo”. E delle conseguenze.
Lo sanno bene i soldati americani: la polvere lasciata dai proiettili all’uranio impoverito ha causato ai loro figli le malformazioni che il film ci mostra, con immagini terribili che sono il contrappunto tragico alla quotidianità delle nostre esistenze impolverate ma vivibili.
Con la produzione del film di
Hartmut Bitomsky, l’antidoto migliore alla piattezza televisiva di molta non-fiction recente, Ma.ja.de. si conferma un centro d’eccellenza del documentarismo europeo. Le vendite estere del film (prodotto anche da Big Sky Film,
WDR e dagli svizzeri di
Dschoint Ventschr Filmproduktion) sono affidate a
Deckert Distribution.