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Lorello e Brunello: sfida alla globalizzazione

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- Il nuovo documentario di Jacopo Quadri partecipa alla competizione della 35a edizione del Torino FF: una riflessione filosofica sul passare delle stagioni e un elogio del ritorno al lavoro della terra

Lorello e Brunello: sfida alla globalizzazione

Il nuovo film di Jacopo Quadri, Lorello e Brunello, in competizione alla 35a edizione del Torino Film Festival, descrive il passare delle stagioni attraverso la vita quotidiana di due gemelli di mezz'età che fanno i contadini in Toscana, Lorello e Brunello, e dai parenti coi quali intersecano le loro vite, per lo più vicini di podere che occupano parte del film con varie riflessioni sulla natura e sul tempo dettate dalla saggezza contadina e dall'ottusa ovvietà che ne deriva. I pascoli, i campi arati e gli animali completano il quadro reclamando spazio e imponendo i propri ritmi all'uomo e quindi al film: il documentario infatti parla del contrasto fra mondo globalizzato e mondo rurale, o meglio dell'impatto che ha l'invadenza del primo sul secondo, che l'autore narra in quattro parti, le quattro stagioni che scandiscono il naturale corso della vita che viene minacciato da vari pericoli: gli agenti atmosferici, l'economia capitalistica che accentra le ricchezze, i lupi che circondano il loro podere (e qui la metafora si fa ovvia).

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Nonostante il titolo la protagonista è la Maremma grossetana di Jacopo Quadri, custode di saperi antichi che per resistere ai ritmi moderni deve pagare un prezzo alto; i problemi economici e di salute di una vita passata al lavoro emergono alla fine del film insieme alle amarezze dell'ultimo monologo di Ultimina, gonfio di solitudine e rimpianti, che rivela la totale assenza di una nuova generazione a cui trasmettere il sapere: lo spopolamento delle zone rurali in Italia è un problema urgente che si affaccia alle porte della società globale.

La fatica immane di occuparsi di cento ettari di terra, la lentezza delle operazioni di semina e raccolto e la sporcizia del lavoro in campagna sono però solo abbozzati perché l'autore, tradito dall'impazienza di mostrare un lavoro codificato nel corso di vari secoli in poco più di un'ora e venti, occupa tempo e spazio con brevi scene di dialoghi che funzionano bene come espediente narrativo ma perdono in spontaneità, denotando un surplus di mis-en-scène: i pochi svaghi dei due fratelli, come il gioco della morra o le cene fra amici, costituiscono piuttosto un intervallo tra i lavori dei campi che un completo ritratto antropologico della comunità rurale che l'autore pretende di fare. 

Nonostante l'idea di tornare a filmare la campagna sia nobile e necessaria, il documentario soffre della superficialità che spesso accompagna opere del genere; il tentativo di dare un tocco di poesia al film riesce solo in una scena di lavoro notturno, questa sì, poetica, scandita dalla musica di Philip Glass: il resto è la descrizione non sempre minuziosa e costante delle varie attività in cui due protagonisti sono impegnati da sempre, con rari intervalli di scene di vita familiare che non portano in sé alcun mistero appiattendo la narrazione sul banale quotidiano. 

L'augurio è che si continui a parlare di spopolamento, di mutamenti e migrazioni: un film come Lorello e Brunello, anche se non lo fa dal punto di vista prettamente estetico, offre comunque un contributo importante.

Il film è stato prodotto da Gregorio PanessaMarta Donzelli e Jacopo Quadri per Vivo Film e Ubulibri in collaborazione con Rai Cinema

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