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Christophe Ruggia

Il mondo salvato dai bambini

di 

- Il regista francese di Les Diables e Le gone du Chaâba parla della sua poetica: l'infanzia in Algeria, il razzismo e la scrittura per imparare a muoversi tra due culture

Christophe Ruggia

Si inaugura il 4 novembre la XVII edizione di France Cinéma, in programma a Firenze fino al 10 novembre. Un’ampia panoramica sulla cinematografia francese della passata stagione in cui si privilegiano i generi: dal cinema impegnato di Yamina Bachir con Rachida, a quello letterario di 24 heures dans la vie d’une femme di Laurent Bouhnik; dal dramma psicologico di Claude Berri con La femme de ménage al cinema sull’adolescenza con Nicolas Philibert e il suo Etre et Avoir fino al giovane Christophe Ruggia e il suo secondo lungometraggio, Les Diables.

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Ed è proprio quest’ultimo che abbiamo incontrato in occasione del suo passaggio a Roma per presentare Le gone du Chaâba (Il marmocchio del Chaâba), lungometraggio d’esordio alla regia, realizzato nel ‘97. L’italo-francese Ruggia, nato in Algeria e cresciuto tra l’Africa e la Francia, si ispira al libro di uno scrittore algerino e racconta la storia del piccolo Omar, figlio di algerini, trapiantato in Francia negli anni ’60. Nella bidonville dove vive insieme a centinaia di altre famiglie originarie dello stesso villaggio, il bambino cerca di comprendere la complessità di una vita divisa tra due mondi: preso tra due culture troverà nei libri e nella scrittura una soluzione decisiva.
“Nei miei film parlo dei bambini – ci ha detto Ruggia – ma racconto anche un po’ di me. Un desiderio di introspezione per tentare di capire cosa mi ha condotto alle scelte che ho fatto, ma anche per aiutare i giovani che si affacciano su questo mondo piuttosto complicato”.

Perché ha scelto il romanzo autobiografico di Azouz Begag per il suo esordio cinematografico?
“Si è trattato di un vero colpo di fulmine. Pur non avendo neppure mai vissuto in una bidonville, ho visto nel piccolo protagonista della storia una sorta di mio alter ego. Il percorso di crescita di questo bambino mi somigliava molto. Il suo modo di sentirsi diviso tra due culture, l’araba e la francese, la sua profonda solitudine. E soprattutto il suo rapporto con la scrittura e la lettura, attraverso la quale riesce ad indagare e comprendere le cose che gli accadono”.

Omar è un bambino di nove anni, mentre i protagonisti del suo secondo lungometraggio Les diables sono di poco più grandi. Si tratta di un caso oppure questo prediligere il mondo dell’infanzia segue una intenzione precisa?
“Non ho mai pensato, coscientemente almeno, di realizzare una trilogia sull’infanzia. Credo che la scelta, seppur casuale, dipenda soprattutto da una necessità interiore ed istintiva di ripercorrere la mia infanzia attraverso la scrittura e poi la realizzazione del film. Un bisogno di capire e far capire l’importanza di cose come la cultura e la scrittura in particolare, intesa come uno degli elementi fondamentali per ‘comporre’ la propria esistenza”.

Pur non pensando coscientemente ad una trilogia da Le gone du Chaâba a Les diables i suoi protagonisti crescono…
“Sì, in effetti, dopo i bambini di Le Gone du Chaâba ho parlato di adolescenti in Les diables. E non finisce qui. Nel mio prossimo film, ambientato durante la guerra d’Algeria il protagonista sarà un giovane alla soglia dei 18 anni che, dopo essere stato arrestato dalla polizia francese, picchiato e torturato, verrà spedito in Algeria come spia dei francesi, per individuare i focolai rivoluzionari infiammati dal FNL (Fronte Nazionale di Liberazione Algerino). Come vede sto crescendo anche io. Magari il quarto film sarà un film sugli adulti”.

Ma cosa la spinge a parlare sempre di bambini arabi e immigranti?
“E’ un ritorno all’infanzia, ancora una volta. Ho perduto mio padre quando ero ancora molto piccolo, 6 anni, e vivevo in Algeria. Dopo la sua morte ci siamo spostati parecchio fino a quando non siamo tornati in Francia. Ero un pied-noir (francese nato e cresciuto in Algeria) e ho vissuto in una piccola città vicino a Marsiglia: tutti i miei amici erano algerini. In fondo il mondo arabo mi riguarda molto da vicino”.

Le gone du Chaâba e Les diables sono storie di bambini o adolescenti che si inseriscono nel mondo con difficoltà : Omar diviso tra la famiglia e il mito del ritorno in Patria e il desiderio di diventare francese più dei francesi, e i due “diavoli” adolescenti abbandonati da tutti, che sostituiscono il mondo reale con uno personale. Secondo lei da cosa dipende questo disorientamento sociale e personale?
“E’ indiscutibile che alla base ci sia il razzismo. In Francia parlare di immigrati significa ancora parlare di arabi e quando si parla di arabi si intende algerini. In tutto questo “intendere” c’è razzismo. Ma sono convinto che la causa principale del “disorientamento” attuale dei giovani sia dovuto al fatto che ora non sono più considerati come persone da allevare ma come consumatori. E’ un paradosso: in una società in cui la disoccupazione è sempre in aumento e spesso si deve crescere all’ombra di un padre senza lavoro, i giovani sono costretti a confrontarsi con delle necessità economiche sempre più alte. Beni come le scarpe da ginnastica o il giubbotto imbottito sono diventati indispensabili, e questo significa aver bisogno di sempre più denaro e quindi di accettare di fare di tutto per averli”.

E non c’è una soluzione?
“Sono convinto che lo è la cultura, la parola, l’espressione. Che implica un’analisi e quindi un desiderio di rispondersi e poi di scegliere, e in questo caso solo in funzione di se stessi”.

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