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José Luis Guerín • Regista

Un cinema cosmopolita

di 

- Tra i protagonisti del Festival una menzione speciale merita il cineasta spagnolo José Luis Guerín. Lo abbiamo incontrato per comprendere meglio la sua arte cinematografica

José Luis Guerín • Regista

Tra i protagonisti di questa edizione del Festival internazionale del nuovo cinema di Pesaro, una menzione speciale la merita il cineasta spagnolo José Luis Guerín. La Mostra gli ha dedicato una retrospettiva con la proiezione di quattro film: Los motivos de Berta (1984), Innisfree (1990), Tren de sombras (1996), En construcción (2000). Un cinema ricco di temi, difficili da riassumere in poche battute, e molto faticoso da seguire perché richiede continua attenzione. Alla fine però lo sforzo è ripagato da una visione che fa riflettere sui più alti significati dell’esistenza umana.
Abbiamo incontrato Guerín per capire meglio la sua arte cinematografica.

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Negli ultimi anni il cinema spagnolo ha prodotto molti giovani autori e titoli interessanti. Lei si riconosce in questo nuovo corso oppure rivendica, come sembra trasparire dai suoi film, una più radicale autonomia e indipendenza?
“I miei film non appartengono alla scuola spagnola. Non accetto la logica delle nazionalità. Ogni cineasta è un individuo cosmopolita che dovrebbe avere come unico punto di riferimento la storia del cinema. Si possono fare delle eccezioni a questo discorso se pensiamo agli autori italiani dell’immediato dopoguerra e a quelli iraniani di questi ultimi anni. Ma più in generale, le affinità e le complicità si creano su altri criteri. Nel mio caso, l’unico autore spagnolo dal quale indubbiamente ho attinto è Victor Erice, il solo che lavora cimentandosi con la tradizione della modernità. Gli altri nomi che posso fare sono Roberto Rossellini, Vittorio De Sica, Ermanno Olmi, Gianni Amelio, Eric Rohmer ed altri ancora ripresi magari da un lontano passato come Robert Flaherty e il suo Nanuk l'eschimese” .

I suoi personaggi, per lo più attori non professionisti, e i loro dialoghi sono molto convincenti. Come ottiene questa spontaneità?
“Quello che ottengo dagli attori è conseguenza di una lunga convivenza. Nel mio ultimo film, En construcción , le situazioni si sono create non perché fossero preparate a tavolino ma piuttosto per una naturale dialettica tra individui che stanno insieme e interagiscono. Il regista si appropria della realtà e la cattura osservandola, inquadrandola. E’ evidente che poi dopo aver ripreso questi frammenti di realtà si devono compiere delle scelte, si realizza quella sceneggiatura che almeno io, inizialmente, non scrivo. Quello che cerco è la messa in situazione. Di contro, non sono interessato alla tradizionale messa in scena. La realtà e le situazioni che in modo imprevisto si succedono, sono più ricche di qualsiasi finzione. E di fatto dalla quotidianità vengono fuori immagini e parole che non sarebbero riproducibili se emergessero da un lavoro artefatto”.

I suoi film non prevedono alcuna sceneggiatura iniziale. Come mai?
“David W. Griffith è il primo regista che ha capito l’importanza di rivelare i personaggi attraverso una più chiara e sottile connotazione psicologica. Tuttavia, nel corso del tempo, la necessità di scrivere una sceneggiatura si è in un certo senso rivolta contro gli stessi registi. La sceneggiatura è una forma di controllo ideologico che i produttori attuano nei confronti degli autori. Il cinema contemporaneo più ambizioso ha cercato di sfuggire da questa tirannia facendo a meno della sceneggiatura. Personalmente io lavoro alternando le diverse fasi che servono a realizzare un film: riprendo, scrivo, monto, vedo cosa succede e poi di nuovo riprendo, scrivo e monto. Evidentemente bisogna avere tempo a disposizione e mezzi di produzione che non fanno capo all’industria cinematografica. Solo così credo si possano catturare dalla realtà quegli elementi funzionali a una narrazione ricca di tensione e di significato. Per realizzare En construcción ci sono voluti tre anni, 120 ore di riprese e tanto coinvolgimento. Il grande tabù del cinema contemporaneo è proprio il tempo. La più grande trasgressione è invece il prendere tempo per contemplare. Bisogna rispettare i personaggi sapendoli aspettare. Prima o poi, se si pazienta, qualcosa succede evitando di far ricorso a trucchi”.

E’ sorprendente che a ventitre anni abbia realizzato un film complesso come Los motivos de Berta e che proprio per la ricchezza narrativa di quel film da quei temi non si sia più allontanato.
“Ho cominciato a filmare sin da ragazzo quando mi regalarono una super 8. Devo anche dire che la mia unica scuola è stata una cineteca dove ho potuto ammirare i grandi capolavori della storia del cinema. E poi mi sono servite le discussioni interminabili con gli amici. Questa è stata la mia formazione. A venti anni avevo in mente di realizzare pellicole per capire e svelare la natura del tempo, tra memoria e caducità. Per questo mi sono dedicato immediatamente al cinema e non alla fotografia. Quest’ultima in un certo senso cristallizza il tempo, lo rende immobile. In un film invece è possibile mostrare la corrosione che il tempo opera sugli individui, la vanità di un’immagine che sembra concedere all’uomo l’immortalità. E’ una grande illusione pensare di poter lottare contro la caducità e la morte. E il cinema vive in questa contraddizione”.

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