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Stefano Amatucci • Regista

"Volevo che questo film fosse una rappresentazione della realtà, non una sua fotografia"

di 

- Nisimazine ha parlato con il regista italiano Stefano Amatucci, la cui opera prima, Caina, ha avuto la sua anteprima mondiale al Black Nights Film Festival

Stefano Amatucci  • Regista
(© BNFF)

Nisimazine ha incontrato il regista italiano Stefano Amatucci, il cui primo lungometraggio, Caina [+leggi anche:
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intervista: Stefano Amatucci
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, ha avuto la sua anteprima mondiale al Tallinn Black Nights Film Festival.

Nisimazine: Perché ha deciso di adattare un romanzo per la sua opera prima? E perché proprio questa storia?
Stefano Amatucci: Non ho trasformato il libro in un film; mi ha ispirato. Il libro racconta una storia completamente diversa, sebbene il personaggio principale sia una donna razzista e xenofoba. Caina è un soggetto originale per me perché è molto diverso dal libro. Non credo vi sia alcuna ragione specifica per cui si dovrebbe prendere una storia da un libro; capita di trovare i temi che ti interessano e che ti appassionano, e quindi li si utilizza e sviluppa in un modo completamente diverso. 

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L'idea di lavorare al tema dell'immigrazione è nata nel 2009. Ero in Sicilia a girare una serie televisiva e ho avuto il mio primo incontro con gli immigrati, ma all'epoca il fenomeno non era di interesse globale per i media. Perciò, quando ti trovi in ​​una situazione del genere e hai la possibilità di raccontarlo tramite un film, è importante perché il cinema può essere, e deve essere, anche un canale informativo. 

Per il film ha affidato la parte a sua sorella Luisa Amatucci, che ha interpretato Caina nell'opera teatrale, e mantenuto molte soluzioni teatrali nell'aspetto visivo e nei dialoghi. Perché ha scelto quest'approccio?
Abbiamo scritto il film per Luisa perché conosco il potenziale di mia sorella. Per me, poteva essere solo lei, anche in teatro. La messa in scena teatrale di Caina è totalmente diversa dal film: l'unica azione presa dalla versione teatrale è la prima scena del film. 

Non avevo alcuna intenzione di fare un film naturalistico, realistico o iperrealistico; volevo che fosse una rappresentazione della realtà, non una fotografia della realtà così com'è. Questo è il ruolo del documentario o della docu-fiction, e il cinema ha un significato diverso per me. Non abbiamo tratto la sceneggiatura dall'opera teatrale, ma è la teatralità che viene dalla sceneggiatura. Quanto ai dialoghi che possono sembrare teatrali, la risposta sta in quello che ho detto prima: abbiamo spostato il ​​dialogo sul piano metaforico.

Caina ha ricevuto alcune reazioni forti a Tallinn. Quante se ne aspettava?
Se il film ha avuto un forte impatto sugli spettatori, significa che ho fatto il film giusto. Mi aspettavo questa reazione qui a Tallinn, come in qualsiasi altro luogo, perché chi non vede un processo catartico nel personaggio principale si identifica con lei, e ciò scuote la sua coscienza. E poi, ho notato con mia grande sorpresa che qui in Estonia, solo poche persone erano a conoscenza del dramma dei rifugiati, e per questo motivo è stato ancora più scioccante per il pubblico. Dev'essere chiaro che il mio film è un racconto distopico e surreale. Mi piace chiamarla una "favola oscura": quasi tutte le fiabe sono oscure, ma hanno sempre una morale positiva.

Qual è la sua opinione personale sulla situazione dei rifugiati in Europa e sul trattamento dei migranti da parte della società europea?
Ci sono trattati internazionali e politici in materia di politiche di immigrazione, ma la cosa più importante è il lato umano della questione: dovremmo avere l'obbligo di accettare, di ospitare, di dare speranza a chi fugge da guerre e dittature, da luoghi in cui si viene repressi senza alcun rispetto per la dignità umana, luoghi dove la libertà è gravemente carente. Ho la sensazione che stiamo tornando al Medioevo.

Con questo film, voglio sottolineare l'ondata di razzismo che è al tempo stesso europea e mondiale. Non dimentichiamo che ora con l'elezione di Trump, dobbiamo prestare molta attenzione a ciò che accade in America, poiché le scelte fatte lì hanno sempre avuto un effetto domino sul resto del mondo.

In collaborazione con

 

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(Tradotto dall'inglese)

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