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Thanos Anastopoulos • Regista

“La responsabilità di essere testimoni della realtà”

di 

- Al Bergamo Film Meeting 2017 abbiamo incontrato Thanos Anastopoulos, il regista de L’ultima spiaggia

Thanos Anastopoulos • Regista
(© Bergamo Film Meeting)

Thanos Anastopoulos ha seguito il suo Paese, la Grecia, nella sua parabola storica degli ultimi 30 anni. Estraneo al radicalismo esasperato che ha portato alla fama i suoi colleghi della nuova onda ellenica - Yorgos Lanthimos, Alexandros Avranos, Athina Rachel Tsangari - Anastopoulos ha sempre scelto la crudezza del realismo.  Cineuropa l’ha incontrato al Bergamo Film Meeting 2017, che gli ha dedicato una retrospettiva che include anche il suo film più recente, L’ultima spiaggia [+leggi anche:
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intervista: Thanos Anastopoulos
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, girato a quattro mani con Davide Del Degan, vincitore ieri sera come Miglior Documentario agli Hellenic Film Awards 2017.

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Cineuropa: Nel tuo secondo film, Correction, del 2007, ci sono già i segni della crisi che avrebbe colpito la Grecia e il Mondo.
Thanos Anastopoulos: Tutto il “nuovo cinema greco” è nato dopo i Giochi Olimpici del 2004.  Correction è nato dal desiderio di parlare dello sporco che solitamente la società mette sotto il tappeto. Io parto sempre dal reale, e quelli sono i luoghi dove sono cresciuto, il quartiere sotto piazza Omonia, la parte meno turistica, direi lo stomaco di Atene. Ho deciso di filmare l’intestino della capitale greca! Dopo la caduta del muro è stato il primo quartiere in cui arrivavano gli immigrati, e io ho vissuto questo cambiamento della società in diretta. Quello delle Olimpiadi è stato un anno magico, la Grecia ha vinto anche la coppa del Campionato di calcio europeo. Poi il declino. Per la qualificazione ai Mondiali siamo stati sconfitti dall’Albania: rivolte nelle strade, un albanese ucciso dai nazionalisti greci. Ho raccontato il confronto con gli immigrati, molto prima che il mondo scoprisse Alba Dorata, che oggi tutti conoscono. Ma non amo gli stereotipi e l’ho fatto dal punto di vista del carnefice.

Ora vivi in Italia e dopo una trilogia di lungometraggi di finzione, sei tornato al documentario con L’ultima spiaggia, presentato al Festival di Cannes 2016 in Selezione ufficiale - Proiezioni speciali.
La mia compagna è di Trieste. Il mio film La figlia [+leggi anche:
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, del 2012, è girato in Grecia ma montato a Trieste. In questi ultimi anni, con la crisi, era difficile organizzare la produzione di un nuovo progetto, allora abbiamo pensato a qualcosa con un budget più basso. Avevo rivolto l’attenzione su questa spiaggia, dove andavo spesso con mio figlio. Mi ricordava la spiaggia di Atene, che frequentavo con mio padre, nuotatore d’inverno. Quando ho incontrato il ‘popolo’ del Pedocìn, ho pensato: ma io questa gente la conosco già! Il muro che divide uomini e donne mi ha fatto riflettere su identità e discriminazioni. Qualcuno mi ha avvertito che Davide Del Degan aveva lo stesso progetto. Avevamo tre possibilità: fare due film separati, rinunciare o farlo assieme, e alla fine per fortuna ci siamo uniti in questo grande viaggio.

Cosa pensi dei tanti documentari e docu-fiction, che stanno avendo un certo successo nei festival?
Il reale è sempre stato lì! C’era il cinema dell’osservazione, antropologico. Ma se chiedi a qualcuno di spostare una bottiglia non è più un documentario. Per L’ultima spiaggia stavamo accanto ai fedelissimi del Pedocìn, ma senza intervenire, l’abbiamo frequentata per mesi per incontrarli, prima di girare. Per le donne è stato più difficile perché si sentivano sul loro territorio. Lentamente però si è creata una relazione di fiducia, grazie alla loro enorme generosità. Passo dopo passo, è diventato un valzer, per rimanere in una metafora austro-ungarica. Penso comunque che un regista abbia la responsabilità di essere testimone della realtà, delle cose che accadono, nel momento in cui accadono. La crisi ha fatto scendere i budget per i film, è il momento di documentare la nostra epoca e riflettere sui modi di guardare le cose.

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