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VENEZIA 2017 Concorso

Samuel Maoz • Regista

“Il foxtrot è il ballo di un uomo col suo destino”

di 

- VENEZIA 2017: Cineuropa ha parlato col regista israeliano Samuel Maoz sulle origini e i temi della sua ultima fatica, Foxtrot - La danza del destino, in concorso a Venezia

Samuel Maoz  • Regista
(© La Biennale di Venezia - foto ASAC)

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, film autobiografico, interamente ambientato in un carrarmato e vincitore del Leone d'Oro, Samuel Maoz ha diretto un altro film intenso e claustrofobico, in concorso alla Mostra del cinema di Venezia. Diviso in tre parti, Foxtrot - La danza del destino [+leggi anche:
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porta sullo schermo una famiglia colpita da una tragedia per tentare un'approfondita analisi sugli effetti di un trauma collettivo. The Match Factory gestisce le vendite di questa coproduzione di Germania, Francia e Israele. 

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Cineuropa: Il film inizia con l'annuncio della morte di un bambino. Da cosa nasce questa storia?
Samuel Maoz:
L'idea viene da un incidente che mi è capitato molto tempo fa. Un giorno, mia figlia cominciò a svegliarsi tardi per andare a scuola e a chiedermi poi di chiamarle un taxi e a un certo punto questo ha cominciato a diventare oneroso. Mi sembrava anche poco educativo, quindi una mattina le ho detto che non avrei chiamato nessun taxi e che avrebbe dovuto prendere un autobus come tutti. Ne è seguita una piccola discussione, ma doveva imparare a svegliarsi prima. La linea del suo autobus era la 5. Dopo circa mezz'ora che era uscita, ho sentito che un terrorista si era fatto esplodere su un autobus della linea 5 e che molte persone erano morte. Ho provato a chiamarla, ma ovviamente le comunicazioni erano interrotte a causa dell'altissimo tasso di chiamate. Ho passato l'ora peggiore della mia vita. È stato peggiore di tutto il periodo che ho passato in guerra. Un'ora dopo è tornata a casa; aveva semplicemente perso quell'autobus.

Perché ha deciso di unire questa storia con una sul servizio militare?
Perché volevo rendere la storia più complessa.

Perché ha voluto fare un film in tre episodi, ognuno con uno stile e con una fotografia differente?Quando ho iniziato il progetto mi sono detto che la prima sequenza doveva scioccare e scuotere, la seconda ipnotizzare e la terza commuovere. Ovviamente, ci sono anche altre ragioni: ogni sequenza riflette il suo personaggio principale. La prima corrisponde al padre, Michael; è una sequenza nitida, fredda, pesante e simmetrica, fatta di scene lunghe e minuziose. La terza è più strettamente legata alla madre; c'è molto blu, ed è morbida e calda. La sequenza di Jonathan, nel mezzo, fluttua a qualche centimetro da terra, come l'interiorità di un artista perso nei suoi sogni. Tutto il film è una composizione filosofica, se posso usare una parola tanto bistrattata. 

Tra tanti balli che poteva scegliere, perché proprio il foxtrot?
Direi che il foxtrot è il ballo di un uomo col suo destino. È quel tipo di ballo in cui ci sono molte variazioni, ma finiscono tutte al punto di partenza; quindi mi fa venire in mente una specie di danza del destino: a prescindere da quello che fai, torni sempre nella stessa posizione.

Il film dà anche l'impressione che l'olocausto sia, in un certo senso,  l'inizio e la fine della storia di questi personaggi. È qualcosa a cui pensava, mentre faceva il film?
In un certo senso sì, perché il film tratta di due generazioni, e anche se sono la seconda o la terza generazione dei sopravvissuti dell'Olocausto, tutti hanno vissuto questo trauma nel momento del servizio militare, e sembra sia una situazione traumatica che non ha una fine. Forse si potrebbe dire che una parte di questo ci è stata imposta, ma la seconda si sarebbe potuta evitare. Penso che la nozione di Olocausto passata di generazione in generazione sia un simbolo della memoria dell'Olocausto.

Perché ha impiegato otto anni per fare un altro film dopo Lebanon, vincitore del Leone d'Oro a Venezia?
Ho impiegato otto anni perché facevo e faccio, anzi sto facendo, anche altre cose. Sto scrivendo un libro, dipingo, cresco i miei figli, cerco di fare più di una cosa contemporaneamente. Quindi, semplicemente, non passo tutto il mio tempo a fare film.

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(Tradotto dall'inglese)

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