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Saul Dibb • Regista

“La pace non dovrebbe mai essere data per scontata”

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- Abbiamo incontrato il regista britannico Saul Dibb per parlare del suo approccio creativo all'adattamento di un classico sulla Prima guerra mondiale, Journey’s End, in proiezione a Londra

Saul Dibb  • Regista

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di R.C. Sherriff, in proiezione di gala al 61o BFI London Film Festival. Cineuropa ha avuto l'opportunità di incontrare il filmmaker britannico e parlare con lui del suo approccio creativo a un adattamento, della sua estetica e dei “viaggi nel tempo” della sua regia.

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Cineuropa: Perché ha deciso di adattare il dramma di R.C. Sherriff, e perché proprio ora?
Saul Dibb: Innanzitutto c'è da dire che il film non è un adattamento del dramma, ma di una sua versione romanzata, scritta sempre da Sherriff e recentemente venuta alla luce, che offre molte più possibilità drammatiche e visive.

Per rispondere al “perché proprio ora”, ci sono alcune ovvie ragioni, come l'imminente centenario della fine della guerra che il film rappresenta, e il fatto che è una delle più importanti opere inglesi su questo tema ed è stata adattata per lo schermo una sola volta (90 anni fa). Ma per me ci sono altre ragioni, ancor più convincenti. Innanzitutto, sono rimasto incredibilmente impressionato da quanto fosse onesto, reale e sincero questo resoconto di guerra, ovviamente dovuto al fatto che è scaturito dall'esperienza personale di Sherriff; questo fa risaltare il film tra gli altri, più basati sull'azione e incentrati sulla figura di un eroe.  Mi ha colpito anche per il fatto che è un modo per ricordare che la pace non dovrebbe mai essere data per scontata, a differenza di quanto sembrano fare certi nostri politici, opportunisti e poco lungimiranti, che mettono in dubbio alleanze strette dopo la prima metà del XX secolo; un secolo segnato da due guerre che hanno spazzato via due generazioni.

Adattare un classico pone dei limiti alla creatività? Si è sentito obbligato a seguire un certo percorso narrativo?
Adattare un'opera teatrale non significa necessariamente limitare la propria creatività e neppure il fatto che sia vista come un classico. Io ho deliberatamente scelto di non vederla rappresentata, né di leggerla, per essere sicuro di approcciarla da un punto di vista cinematografico nel modo più libero possibile. Ho trovato molto utile anche l'idea inversa: affrontare il film come se stessimo ricreando gli eventi reali che hanno ispirato Sherriff; con la camera al posto dell'autore, ad osservare i personaggi per la prima volta.

Il metodo di narrazione che abbiamo adottato è improntato alla libertà, più che alla costrizione. La bomba è pronta ad esplodere sin dall'inizio: il pubblico sa che sta per arrivare una grandiosa offensiva. È solo questione di tempo, e questo crea un enorme senso di terrore e tensione sin dall'inizio.

È stato difficile seguire questa narrazione di pari passo con lo sviluppo dei personaggi?
Credo di aver già risposto in un certo senso: rivelare ciò che sta per accadere e poi attendere che accada crea molto spazio per poter esaminare le dinamiche interne a ogni individuo e quelle tra i vari personaggi. L'ottima scrittura e dei personaggi così ben delineati nelle loro sfumature, hanno permesso agli attori di arrivare ad impersonarli da prospettive completamente diverse e di farne degli individui unici. Ovviamente, siamo stati anche incredibilmente fortunati ad aver lavorato con un cast così talentuoso.

Tutto si svolge in un ambiente claustrofobico che rafforza anche l'impatto emozionale del dramma. Perché ha voluto questo effetto visuale?
Volevo inserire qualcosa che fosse percepito come una debolezza, confini stretti e spazi claustrofobici, e farne un punto di forza, più o meno come accade in film come in U-Boot 96 e Alien, che hanno una location unica. Poi mi sono spinto oltre e ho deciso di restringere il campo visivo, di modo che il pubblico non potesse vedere più di quanto vedono i personaggi. In una trincea, questo significa, per esempio, non vedere cosa accade sopra la testa dei protagonisti per tre quarti del film, fino a che loro stessi escono per un raid in una sorta di terra di nessuno, e vediamo cosa c'è nel modo impressionistico in cui anche loro vedono. Mi auguro che questo aiuti il pubblico a sperimentare il senso di claustrofobia dei soldati, e la paura che deriva dall'immaginare cosa c'è là fuori, che è spesso peggio che vederlo.

Nel corso della sua filmografia, è saltato da un'epoca all'altra; perché le piace “viaggiare nel tempo”?
In superficie i miei film possono apparire tutti molto diversi, ed è certamente una sfida eccitante ambientarli ogni volta in un luogo e un tempo differenti. Ma ciò che unisce i miei lavori è un forte senso di realtà (spesso si basano su fatti reali, oppure sono di una finzione che rasenta la realtà) e il modo in cui il tempo e il luogo in cui i personaggi si trovano influenzano le loro prospettive, le opportunità della loro vita e le aspettative della società.

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(Tradotto dall'inglese)

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