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BERGAMO 2018

Anna Jadowska • Regista

Dove (e quando) crescono le Wild Roses

di 

- La regista-sceneggiatrice Anna Jadowska parla con Cineuropa dell’ispirazione alla base del suo premiato Wild Roses e del perché si considera una cronista del suo tempo

Anna Jadowska  • Regista
(© Monika Bereżecka)

La regista-sceneggiatrice Anna Jadowska parla con Cineuropa dell’ispirazione alla base del suo premiato film Wild Roses [+leggi anche:
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 e del perché si considera una cronista del suo tempo.

Cineuropa: L’azione di Wild Roses è ambientata nella campagna polacca. Visto che è cresciuta in un ambiente simile, è il mondo della sua infanzia che ritrae nel suo film?
Anna Jadowska
: Racconto una storia contemporanea, ma è vero che l'ho scritto avendo posti in cui sono cresciuta in mente. Ho descritto luoghi come il fiume, le case e le piantagioni di rose selvatiche esattamente come le ricordo. In realtà, la piantagione era il posto più importante per me: affascinante e ambiguo, bello, sensuale e minaccioso allo stesso tempo. Da molto tempo avevo programmato di scrivere una storia che si sarebbe svolta lì. Quando io e i miei produttori siamo andati a vedere il mio villaggio Ligota Mała (situato nella Bassa Slesia), abbiamo scoperto che la meravigliosa piantagione che ricordavo non era più così attraente. Ora è più piccola, stretta, sta crescendo dell'altro lì dove c’era il sentiero e così via. Il villaggio stesso è cambiato nel corso degli anni. La vita di campagna collettiva che ricordo non esiste più. Alla fine nessuna delle scene del film è stata girata nel mio villaggio. Abbiamo esplorato il fiume vicino a Varsavia, e la piantagione vicino a una piccola città chiamata Lądek.

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Le ho chiesto espressamente quando è ambientato il film perché sembra che il tempo si sia fermato nel villaggio che mostra. Soprattutto per le donne.
La maggior parte delle donne con cui sono cresciuta, che non avevano una buona situazione domestica, che non andavano a scuola e che stavano in campagna, ora sono nonne. Non prendono nulla dal mondo, non ne traggono profitto, vivono giorno per giorno. È una cosa tragica. Allo stesso tempo, vorrei dire che sono persone come quelle donne che mandano il mondo avanti, e non gli idealisti o i filosofi. È l'energia di queste persone silenziose e piccole, incatenate alle loro faccende quotidiane, che influenzano la forma e l'ordine del mondo. Vedo personaggi simili in film diretti per esempio da Ken Loach o Mike Leigh.

Ewa, la protagonista del film è "silenziosa" nel senso che ha appena indicato. Come ha lavorato su quel personaggio per presentarla come riservata, e allo stesso tempo permettere al pubblico di capire Ewa e connettersi con lei?
La distribuzione delle informazioni non era per niente una cosa semplice. L'importante punto di riferimento per me è stato un documentario, 3 women, che ho realizzato con lo stesso direttore della fotografia, Małgorzata Szyłak. Quel film mi ha aiutato a capire che la vita reale ha una "temperatura" diversa e un ritmo diverso da quello imposto da un lungometraggio. La vita reale riguarda più l'umore che due punti di svolta, il cambiamento del protagonista e il climax. Se volessi fare un film con una prospettiva più sociologica, mostrerei Ewa nel mezzo della sua relazione con il ragazzo e la spingerei a prendere una sorta di decisione drammatica. Ho deciso di adottare un approccio diverso e di guardarla da una piccola distanza, proprio come farei se fosse un documentario. Una delle ragioni per cui l'ho fatto è stata la mia necessità di esercitare quello stile narrativo, l'altra era mostrare che gli esseri umani non sono unidimensionali, sono pieni di contraddizioni. Una donna può essere una cattiva madre e amare i suoi figli allo stesso tempo; le può mancare suo marito e pensare a un ragazzo. Volevo mostrare che la vita non è né semplice, né in bianco e nero.

Wild Roses non è il primo film in cui affronta un argomento difficile. Il suo precedente lungometraggio Out of Love [+leggi anche:
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ruotava intorno a una giovane coppia sposata che decide di partecipare a film porno per motivi economici.
Una volta che ho scelto un soggetto per un film, non mi chiedo se sto toccando un tabù. E’ una cosa che non calcolo. L'argomento deve essere vicino a me e portarmi una sorta di disagio allo stesso tempo. Ho bisogno di sentire ciò mentre lo faccio, che mi troverò di fronte a qualcosa, e che elaborerò qualcosa. Allo stesso tempo voglio essere una cronista, voglio toccare questioni che sono nascoste all'occhio dell'opinione pubblica. Voglio portarle alla luce del sole e incoraggiare le persone a discuterne.

Su cosa sta lavorando ora?
Una commedia nera incentrata su una donna di mezza età, che ha un debito. Lo tiene lontano dalla sua famiglia e quando la situazione si complica, pianifica una rapina. Quell'atto sarà un impulso per un cambiamento positivo in lei.

Questo progetto sarà una coproduzione internazionale?
Mi piacerebbe molto, soprattutto perché il premio da 1 milione di corone svedesi che ho vinto al festival di Stoccolma è una forma di sovvenzione per il film successivo. Ma non ho né piani concreti né partner in questo momento.

(Tradotto dall'inglese)

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