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BERLINO 2018 Forum

Jagoda Szelc • Regista

“Guardare un film è una forma di rituale”

di 

- BERLINO 2018: Abbiamo parlato con Jagoda Szelc, il cui debutto cinematografico, Tower. A Bright Day, ha avuto la sua première mondiale al Forum del Festival di Berlino

Jagoda Szelc  • Regista
(© Sonia Szóstak)

Abbiamo raggiunto la regista polacca Jagoda Szelc per parlare del suo esordio cinematografico, Tower. A Bright Day [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Jagoda Szelc
scheda film
]
, che è stato mostrato in anteprima al Forum del 68esimo Festival internazionale del cinema di Berlino.

Cineuropa: Perché ha scelto una Prima Comunione come ambientazione del suo film? Era legato al significato di questo sacramento o al fatto che in Polonia, la Comunione sia un’occasione per una riunione familiare?
Jagoda Szelc: La spiritualità è il risultato della propria esperienza individuale. È un vantaggio che la spiritualità sia al di sopra della religione, perché la religione è più sul fare propria l’esperienza di qualcun altro oltre ad essere un sistema. In questo momento, la religione è solo un’istituzione. Ognuno ha, più o meno, dei bisogni spirituali e la Chiesa Cattolica non va incontro a tali necessità. In ogni caso, penso che nessuna religione faccia in questo modo perché sin dalla sua nascita, è stata sempre obbligata a funzionare all’interno di certi sistemi. Ogni cosa inizia con l’immersione totale nella paura e in rituali privi di significato, rituali che erano stati creati per liberarci dalla paura. Generalmente sappiamo che le persone spaventate sono più facili da manipolare – ecco perché un prete nel mio film non è una cattiva persona, ma ancora una volta, non è legato alla propria funzione. E’ un “impiegato di chiesa” che viene trascinato da una forza che non conosce. Non riesce a gestire la situazione. E’ per questo che la chiesa nel mio film è in costruzione e i bambini la deridono, ed è ciò che spero per questa istituzione che è già compromessa: una resurrezione. La Comunione è un rituale interessante per me, in quanto è il primo rituale a cui il bambino si sottopone consapevolmente. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, questo evento è del tutto privo di significato.  Ecco perché Nina, la bambina nel mio film, fa di tutto per non partecipare a questo evento, perché è sveglia, perché è in contatto con se stessa e vede che la realtà che le è imposta è una bugia.

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I protagonisti del suo film sono le sorelle Mula e Kaja. La prima presenta una vita più convenzionale rispetto all’ultima. Mula è un simbolo di tradizione mentre Kaja rappresenta la spiritualità. Perché ha “separato” questi valori e mondi tra due donne, e non tra una donna e un uomo?
Perché si tratta di un conflitto tra gli emisferi di sinistra e di destra. Ho qualcosa in comune con entrambe le sorelle – non molto, perché non baso alcun personaggio su di me, e non rappresento me stessa nei film. Non si tratta di psicoterapia. Ho realizzato un film sulla necessità di perdere il controllo. Pensiamo di essere i padroni del mondo quando in realtà siamo solo gli abitanti provvisori. Il genere umano vive in un momento critico – sovrapproduzione, eccessivo inquinamento e il nostro atteggiamento esigente verso il mondo stanno causando calamità come quelle ecologiche e geopolitiche. Siamo nella prima fase dell’apocalisse, ma in uno stato di “rifiuto totale”. I personaggi in Tower. A Bright Day sono proprio come noi. Sono mediocri? No. Mula vive in una costante illusione, pensa di comandare la propria vita.  Ma gli esseri umani sono solamente di passaggio e siamo padroni di niente. Nella bara non ci portiamo nulla. D’altro canto, Kaja è un’imbrogliona, porta il caos per arrivare a un accordo. È un fenomeno (“Bright Day”), mentre Mula è una fortificazione (“Tower”). 

La trama del film è inizialmente chiara, logica e “materiale”. Col tempo, perde queste qualità; gli eventi che si verificano hanno una natura simbolica, insieme all’apparizione di immagini e suoni misteriosi. Come ha scritto il copione per introdurre gradualmente questo cambiamento di tono e di umore?
Non sono interessata a “su cosa sono i film” piuttosto a “cosa fanno”. Definisco un film come una macchina capace di compiere azioni sullo spettatore. Guardare un film è una forma di rituale perché ti senti diverso dopo la proiezione rispetto a prima. Ecco perché il titolo del mio film cambia. È diverso all’inizio, lo è anche alla fine. E i riferimenti ai generi cinematografici [cosa che faccio nel mio film] mi interessano a un livello che definirei “primitivo”. Lavorare su un film è come un gioco di strategia perché è davvero difficile utilizzare alcuni generi ed evitare soluzioni stereotipate. Dall’altra parte, amo il genere. Ho sognato di realizzare un film che cambiasse del tutto i generi, solo per curiosità. Sogno di vederlo cadere in pezzi.  

Ha ingaggiato degli attori praticamente sconosciuti. Era importante per lei che fossero del tutto nuovi al pubblico e non venissero associati ad altri ruoli?
Sì. Sia il mio direttore della fotografia, Przemysław Brynkiewicz che io volevamo che il film fosse naturale, quindi credibile. In questo modo, volevamo creare un mezzo per scene più “formali”. Volevamo realizzare un film modesto, ma soprattutto ho preso questi attori perché hanno molto talento e sono delle brave persone. Ho una regola: non lavorare con persone che vengono dall’inferno.

(Tradotto dall'inglese da Francesca Miriam Chiara Leonardi)

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