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Guérin Van de Vorst – Regista

“C’è qualcosa in Ben che non può essere contenuto”

di 

- Abbiamo incontrato il regista belga Guérin Van De Vorst in occasione dell’uscita in Belgio di The Faithful Son

Guérin Van de Vorst – Regista

Dopo la realizzazione di numerosi documentari e cortometraggi (tra cui Osez la Macédoine),The Faithful Son [+leggi anche:
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è il primo lungometraggio del regista belga Guérin Van De Vorst, ritratto sensibile e convincente di Ben, interpretato da Vincent Rottiers, ex detenuto debole ed emarginato che prova a trovare il suo posto nella società scoprendosi padre. L’abbiamo incontrato in occasione dell’uscita del film in Belgio con Cinéart.

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Cineuropa: Da dove è venuta l’idea di The Faithful Son?
Guérin Van De Vorst: Da un aneddoto raccontato da un amico. Un giorno suo padre è venuto a cercarlo a scuola, dopo diversi anni di assenza, per fargli vivere alcune esperienze un po’ trasgressive. Era po’ confuso perché era diviso tra la felicità nel vedere suo padre e la sensazione di vivere cose che non appartengono alla sua età. Ho iniziato a immaginare il passato di questo padre assente. Ecco com’è nato il personaggio di Ben, cresciuto nei quartieri degradati di Bruxelles, da adolescente è stato un delinquente, ha avuto un figlio da giovane in un momento in cui non era capace di occuparsene e infine è finito in prigione. 

Il film ruota attorno a un giovane uomo che si scopre padre?
Tutto è davvero nato dalla voglia di raccontare questa storia sulla paternità un po’ fragile che si crea e si scopre. Questo ritrovo non va come Ben sperava, i rapporti con la madre sono molto complicati. Fa pessime amicizie e la sua vita prende una piega particolare.

Si parla di marginalità e reintegrazione?
E’ il ritratto di un uomo alla ricerca di un suo posto nel mondo e che brancola seriamente. Alla fine, parlo di emarginati in tutti i miei film. Ho la sensazione che definiscano il malfunzionamento della nostra società.

Come trattare la questione del radicalismo?
Mi è sembrato abbastanza coerente che a un certo punto Ben cerchi di avere un contatto, è una potenziale preda per un predicatore a causa della sua fragilità. Infatti, questo gruppo di jihadisti gli offre una nuova famiglia, quella che non riesce a riavere con suo figlio. Ciò colma da un lato la sua mancanza d’affetto, il suo senso di vuoto e la sua vita incasinata. Improvvisamente ha qualcosa da fare, ha qualcuno che lo guida. Il suo amico Anouar, anche lui, gli tende la mano, ma è già troppo lontano, troppo onesto per lui, con sua moglie, suo figlio e la sua azienda. Ben non può essere Anouar, mentre si riconosce nei difetti dei membri del gruppo di Mustafà.

C’era anche l’intenzione di riprendere una Bruxelles diversa?
Il canale, oltre ad essere molto cinematografico, è una frontiera nel cuore della città, tra il centro e Molenbeek. E’ qui che vivo. E penso che non abbiamo visto abbastanza al cinema su Bruxelles, soprattutto su questo quartiere. Non siamo nell’esotismo, al contrario.

A cosa fa riferimento “la parte selvaggia” del film?
“La parte selvaggia” fa riferimento a ciò che fa sempre un po’ strabordare Ben, non si trova dove lo vorrebbe la società, né dove vorrebbe essere. C’è qualcosa in lui che non può essere contenuto. E’ questo che lo rende incapace di firmare un contratto sociale e trovare il suo posto nella società.

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(Tradotto dal francese da Francesca Miriam Chiara Leonardi)

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