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Andrea Picard • Direttrice artistica, Festival Cinéma du Réel

"L’immaginazione non può essere incasellata"

di 

- Incontro con Andrea Picard, nuova direttrice artistica del festival Cinéma du Réel la cui 40a edizione si svolge a Parigi dal 23 marzo al 1° aprile

Andrea Picard  • Direttrice artistica, Festival Cinéma du Réel

Dopo aver lavorato dal 1999 al 2017 per il Festival di Toronto dove ha diretto la sezione Wavelengths, la canadese Andrea Picard è divenuta direttrice artistica del Festival Cinéma du Réel (40a edizione a Parigi dal 23 marzo al 1° aprile – leggi la news). 

Cineuropa: Quale tocco personale vuole apportare alla linea editoriale di Cinéma du Réel?
Andrea Picard:
 Ho sempre avuto molta ammirazione per questo festival cinefilo che fa convergere Storia del cinema e creazione contemporanea. La sfida era quella di trovare un modo per celebrare il 40° anniversario, per rendere omaggio alle origini prestigiose del festival (sotto l'egida di Jean Rouch, con Joris Ivens nelle prime giurie, ecc.), ma anche di essere avanti, con i giovani. Quindi, quest'anno ci sono molte opere prime che ho voluto mescolare con gli habitué di Cinéma du Réel. C'è una continuità della linea editoriale attraverso le quattro competizioni (internazionale, francese, opere prime, cortometraggi), con anche diversi mediometraggi quest'anno perché è una forma molto vivace oggi ed è importante trovare un posto per quei film che trascendono le categorie. Abbiamo inoltre lanciato una pubblicazione anniversario, Qu’est-ce que le réel?, in cui più di 40 registi, pensatori e critici affrontano la questione del reale non solo nel cinema ma anche nel mondo di oggi. Una sezione è stata programmata in relazione a questa pubblicazione e abbiamo chiesto ai registi di presentare alcuni film molto importanti per loro che sono passati per il Réel. E ho anche organizzato una mostra con un artista americano, Lyle Ashton Harris, sulla nozione degli archivi personali e politici.

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Con quali criteri ha selezionato i film che compongono la competizione internazionale?
Volevo vedere forti gesti estetici. Per me, la ricchezza delle forme documentarie oggi è un qualcosa che non si può catalogare. E la forma e il contenuto devono andare insieme. Tutti i film in concorso quest'anno sono proposte cinematografiche, oltre che proposte politiche, personali, a livello dei contenuti. I temi che emergono sono quelli dei cicli di violenza (come in The Waldheim Waltz [+leggi anche:
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 di Ruth Beckermann), le preoccupazioni per l'ambiente (l'agricoltura e soprattutto le foreste), l'instabilità di alcuni governi, le tradizioni in via d’estinzione, le relazioni familiari come luogo di conforto ma anche di alienazione e di autorappresentazione.

Qual è la sua posizione sulla battaglia dei festival per le anteprime delle opere?
Abbiamo molte anteprime mondiali e internazionali, ma non volevo dire di no a film presentati a Berlino qualche settimana fa. Sono film molto forti ed è importante mostrarli in un festival cinematografico come il Réel con un pubblico locale molto importante, quindi spettatori che non partecipano al circuito dei festival. Per proteggere lo status del festival, ci devono essere anteprime ed è una sfida, ma è soprattutto una questione di equilibrio e non voglio rifiutare un film molto forte che segnerà la storia del cinema perché non è una première. 

Che cosa pensa del dibattito in corso sul confine sempre più sfumato tra documentario e finzione?
Penso che questo carattere ibrido esista dalle origini del cinema. Alcuni registi difendono il cinema diretto, altri sottolineano la necessità di osservare la realtà con un approccio giornalistico, soprattutto nell’epoca della "post-verità" che ci ha dato Trump e altri, con la complicità dei media. Altri documentaristi sostengono che si tratta solo di costruzioni, dal momento che viene imposta un’inquadratura o che le persone sono consapevoli del cinema, anche nei film di Wiseman. E’ un dibattito che esiste da 100 anni. Al Cinéma du Réel, vogliamo dare la priorità ai documentari, ma anche essere aperti a questo dialogo tra finzione e realtà. E’ il motivo per cui presenteremo la prima francese di Zama [+leggi anche:
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 di Lucrecia Martel e, in apertura di festival, La Telenovela Errante (The Wandering Soap Opera) di Raoul Ruiz e Valeria Sarmiento. È un modo per dire sì ai film ibridi che parlano della realtà, quindi del reale, ma in un altro modo, perché l'immaginazione non può essere incasellata.

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