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BIF&ST 2018

Walid Mattar • Regista

“Due tranche de vie, senza cadere nel cliché o nel miserabilismo”

di 

- Il regista tunisino Walid Mattar ci parla del suo primo lungometraggio, Vent du Nord, selezionato in competizione internazionale al Bif&st di Bari

Walid Mattar • Regista
(© Bif&st)

Membro della Federazione tunisina dei cineasti dilettanti dall'età di 13 anni e autore di vari cortometraggi, tra cui Poussières d’étoiles co-diretto con Leyla Bouzid, il 38enne regista Walid Mattar mette al centro del suo primo lungometraggio Vent du Nord [+leggi anche:
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, scritto in collaborazione con la stessa Bouzid (regista di Appena apro gli occhi - Canto per la libertà [+leggi anche:
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) e Claude Le Pape (nominata al César della miglior sceneggiatura per The Fighters - Addestramento di vita [+leggi anche:
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e Petit Paysan - Un eroe singolare [+leggi anche:
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), una storia di delocalizzazione che si svolge tra la Francia e la Tunisia, con protagonisti Philippe Rebbot e il rapper tunisino Mohamed Amine Hamzaoui. Il film è stato proiettato in competizione internazionale al Bif&st di Bari. 

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Cineuropa: Le origini di questo film hanno qualcosa di personale?
Walid Mattar: Il film nasce dal desiderio di raccontare due vite e due classi sociali geograficamente lontane che conosco molto bene, una a sud di Tunisi e l’altra nel nord della Francia. E’ un po’ la mia vita: sono cresciuto in un quartiere popolare di Tunisi, poi a 23 anni mi sono trasferito a Parigi e successivamente, per ragioni familiari, ho conosciuto la provincia francese. Ho scoperto che le persone si assomigliano ovunque, quando sono della stessa classe sociale: in questo caso si tratta di poveri, che vivono in una città di mare, con legami familiari molto forti. Qui la delocalizzazione è l’idea di base – delocalizzi una fabbrica, c’è gente che perde il lavoro da una parte, e lavoratori sfruttati dall’altra – ma mi sono voluto concentrare più sul lato umano.

Ha scritto la sceneggiatura di questa sua opera prima insieme a due apprezzate colleghe, Leyla Bouzid e Claude Le Pape. Come hanno contribuito allo script?
Quando l’idea del film ha cominciato a crescere nella mia testa, ne ho parlato con Leyla, con cui siamo amici da anni, e abbiamo cominciato a scrivere insieme. Lei è molto drammaturgica, ha tante idee, in particolare nella scrittura dei personaggi. Dato che l’idea di base era richiamare l’umano, abbiamo cominciato a sviluppare delle storie intimiste: la storia di un padre e un figlio in Francia, e la storia d’amore e di un figlio che vuole proteggere sua madre, in Tunisia. La sceneggiatura ha richiesto due anni di lavoro. Claude è arrivata a metà scrittura, avevamo bisogno di uno sguardo esterno. Il film ha un soggetto duro, ma volevo portare un po’ di leggerezza, e Claude sa come rendere le cose più leggere. Eravamo molto ben organizzati nella divisione del lavoro. Per me è fondamentale che un primo film abbia un’ottima sceneggiatura, anche tecnicamente, con un’attenzione particolare a scenografia, personaggi, costumi. Questo è un film di dettagli, volevo raccontare due tranche de vie, ma non volevo cadere nel cliché né nel miserabilismo.

Il film può essere visto anche come un’amara denuncia di un sistema che, in diversi modi, tarpa le ali alla gente comune?
Sì, ma non è una denuncia diretta, non è questo il ruolo del cinema, secondo me. E’ un film sociale, impegnato, ma sempre dalla parte dell’umano, che passa in secondo piano rispetto al profitto. Il sistema della delocalizzazione crea disoccupazione da una parte e dall’altra crea un lavoro che non permette ai giovani di avanzare. Amo la sottigliezza dei film impegnati che spingono a riflettere, senza mettersi al posto dello spettatore. Ho voluto ricordare che il rapporto familiare è importante, padre e figlio possono intendersi, ma se le cose poi non funzionano è colpa delle leggi che proteggono solo i grossi pescatori. Volevo inoltre ricordare quanto in Tunisia sia difficile vivere una storia d’amore. 

In effetti, lo sviluppo della storia tra Foued e Karima non è come ci si aspetterebbe.
Dopo la chiusura della fabbrica di Hervé, si passa in Tunisia e lo spettatore europeo pensa che essendosi creato lavoro lì, ci sia speranza. All’inizio, faccio credere che per Foued vada tutto bene, e nella prima parte lui e Karima stanno insieme, anche se di nascosto. La realtà è che i giovani subiscono molte pressioni affinché si sposino e si sistemino presto, ma ci vogliono i soldi. Così l’amore deve confrontarsi con questo. Come diceva Charles Bukowski: l’amore è come la nebbia del mattino, svanisce al primo raggio di realtà. 

Un’ultima parola sulla scelta degli attori?
Amo gli attori che recitano con il cuore, non con la tecnica: ho il pallino del realismo. Foued è un personaggio silenzioso, fragile, si innervosisce facilmente. Cercavo un volto, e quando ho visto Mohamed nella clip di un rapper tunisino, sono rimasto colpito dal suo viso. Abbiamo fatto tante prove e ho visto che aveva emozioni molto forti, come nella scena del litigio con Karima: le ha lasciato dei veri lividi sul braccio. Philippe Rebbot è venuto più tardi, in sceneggiatura il personaggio era più vecchio, più pesante e affaticato. Quando il film ha preso una svolta più leggera, ho pensato a qualcuno di naif, un po’ comico, e il direttore casting mi ha indicato Rebbot, che avevo visto sempre in ruoli secondari. Si è rivelato molto simpatico, gentile, con tante emozioni e un volto toccante. Il giorno della scena della confisca della barca, Philippe è stato di umore nero tutto il giorno. Sono questi gli attori che amo.

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