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VENEZIA 2018 Concorso

Olivier Assayas • Regista di Il gioco delle coppie

“A un certo punto mi sono reso conto che stavo realizzando una commedia”

di 

- VENEZIA 2018: Incontro con il francese Olivier Assayas per parlare di Il gioco delle coppie, il suo nuovo film con Guillaume Canet e Juliette Binoche, attualmente in concorso per il Leone d’Oro

Olivier Assayas  • Regista di Il gioco delle coppie
(© La Biennale di Venezia - foto ASAC)

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del 2016, lo scrittore in difficoltà Léonard attinge dalle proprie esperienze (e numerose relazioni sentimentali) per il suo romanzo “meno venduto”, mentre tutti intorno a lui – incluso il suo editore di vecchia data, sposato con un’attrice televisiva – provano ad affrontare un nuovo panorama mediatico cercando di comprendere come incide sulle loro vite. Il film è in proiezione in concorso al Festival del Cinema di Venezia.

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Cineuropa: In Il gioco delle coppie i suoi personaggi continuano a parlare dei progressi tecnologici in corso. Anche lei li trova minacciosi?
Olivier Assayas: Io ho opinioni mutevoli, mi piace pensare in maniera dialettica: non credo che ci sia una sola verità, ma ciò che mi spaventa di più è che internet è diventato un vettore per fantasie e bugie, e tutto d’un tratto non c’è solidità nei fatti, specialmente negli Stati Uniti. Questo film mostra come ci adattiamo al cambiamento. Il mondo cambia continuamente, ma per noi il motore del cambiamento è la rivoluzione digitale. Non ho alcuna opinione prefissata sulla tecnologia. È solo qualcosa che sta accadendo e non ci si può opporre o giudicarla: è un fatto, e sta trasformando il mondo insieme al modo in cui comunichiamo. In tal senso quindi, sto solo riconoscendo quanto accade in modo da dargli un senso, così come facciamo tutti. 

Perché ha deciso di concentrarsi sul mondo editoriale e non, per dire, sul cinema?
Ho pensato che fosse dove questi argomenti colpiscono più forte. A un certo punto il personaggio di Guillame Canet dice: “Perché semplicemente non passiamo del tutto al digitale?”. Ha ragione, ma la realtà è che alle persone piacciono davvero i libri. Poco fa tutti erano convinti che gli e-book fossero il futuro, però non si è dimostrato affatto così. Il titolo originale del film in effetti era E-book, ma l’ho abbandonato perché ho pensato che fosse un po’ troppo tecnico e freddo.

In termini di cinema, la parte più consistente della rivoluzione digitale è già avvenuta. I mezzi di comunicazione sono cambiati in molti modi importanti nel corso degli anni ’80 e ’90, quando ancora c’erano cose che non si potevano rappresentare semplicemente perché erano troppo costose. Ora queste barriere non esistono più. Il vero cuore dei mezzi di comunicazione è cambiato, così come il modo in cui consumiamo i film. Il motivo per cui ho dedicato la mia vita al cinema è perché amo il grande schermo. Ancora percepisco la sua magia, anche quando vado in un multisala a vedere un blockbuster americano trash. Netflix ed altri simili che operano nello spazio dell’ambiguità stanno ingaggiando registi famosi per usare i loro nomi e dimostrare che tipo di contenuti possono offrire. A me non interessa: voglio ancora vedere il nuovo film di Alfonso Cuarón sul grande schermo. 

Come ha sottolineato, il suo film parla di cambiamento ma per vari aspetti sembra piuttosto tradizionale – sullo schermo non appaiono sms.
Già dato [ride]! Ho voluto fare un film sulle idee, che sono ciò da cui sono partito, davvero. La questione con il cinema, però, è che a volte pensi che stai dimostrando qualcosa ma il tuo film magari arriva tre anni più tardi. Volevo prendere parte al dialogo attuale e volevo che anche lo spettatore ne fosse parte. Questi personaggi esprimono le loro opinioni che poi vengono contraddette da altre persone all’interno della stessa conversazione! Non stiamo vivendo un tempo in cui queste cose si sono stabilizzate; sono ancora oggetto di indagine. 

Ha sempre avuto intenzione di ridere della loro confusione? Come quando Léonard, invece di parlare del suo nuovo romanzo, deve affrontare delle controversie su Twitter di cui non sapeva nemmeno l’esistenza.
Sono un grande ammiratore di Éric Rohmer, e il faro che mi ha guidato è stato il suo film L’albero, il sindaco e la mediateca,una commedia che trattava di alcuni dibattiti in corso all’interno della società francese dell’epoca. Mentre scrivevo Il gioco delle coppie è stata l’unica cosa a darmi l’idea che forse stavo puntando verso la direzione giusta. Credo che a un certo punto mi sono reso conto che stavo realizzando una commedia. Ho iniziato facendo un film sulle idee e gradualmente ho compreso che quelle idee hanno senso solo quando è divertente. Pensavo che anche Irma Vep fosse una commedia ma questa è decisamente un passo avanti. Il mio approccio è stato di volermi divertire mentre scrivevo. Non volevo pensare in termini strutturali o a come dovessi descrivere certe cose. Non c’è una sola parola nel film che non mi sia divertito a scrivere.

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(Tradotto dall'inglese da Gilda Dina)

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