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VENEZIA 2018 Orizzonti

Sameh Zoabi • Regista

"Un artista intrappolato in una situazione politica in cui tutti vogliono cose diverse da lui"

di 

- VENEZIA 2018: Il cineasta israeliano-palestinese Sameh Zoabi parla della sua commedia d’autore Tel Aviv on Fire, presentata a Venezia, al programma Orizzonti

Sameh Zoabi  • Regista
(© La Biennale di Venezia - foto ASAC)

Divenuto noto grazie a Man without a Cellphone [+leggi anche:
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, il cineasta israeliano-palestinese Sameh Zoabi, ormai trasferitosi a New York, ha presentato nella sezione Orizzonti della 75ma Mostra del cinema di Venezia una nuova commedia d’autore: Tel Aviv on Fire [+leggi anche:
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intervista: Sameh Zoabi
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. Questo lungometraggio, sottile e divertente, che racconta le sofferenze di uno pseudo sceneggiatore di soap opera preso tra i fuochi del conflitto israelo-palestinese, sarà anche proiettato nella sezione Discovery del 43mo Festival di Toronto

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Cineuropa:Quale è stato il punto di partenza per Tel Aviv on Fire?
Sameh Zoabi: Il mio primo film, Man without a Cellphone, anch’esso con un’aurea comica, ha suscitato delle reazioni interessanti tra il pubblico. Per alcuni era troppo politico, per altri per nulla. Altri ancora l’avevano trovato troppo palestinese, e alcuni un po’ troppo israeliano: ognuno aveva una sua propria opinione. Quando si è palestinese e si scrive un film, ci si aspetta che ognuno lo interpreterà a modo suo. Ho riscontrato che si trattava di un dilemma interessante, senza contare anche la pressione di trovare una nuova idea per un film, un po’ come il regista di Otto e mezzo [ride]. Ho dunque avuto l’idea di questo artista intrappolato in una situazione politica in cui tutti vogliono cose diverse da lui. Egli stesso, non sa bene cosa voglia, sebbene riuscirà a comprenderlo man mano. La genesi del film è stata, pertanto, molto personale. Tuttavia, ciò è chiaramente mutato con il tempo, soprattutto con l’aggiunta dell’universo della soap opera e con tutti gli altri elementi politici e storici.  

Da dove è, appunto, partita l’idea di integrare nella trama, il set di una soap opera?
All’inizio, era solo un’idea teorica, dal momento che io e il mio co-sceneggiatore uscivamo da un anno speso a lavorare sulla struttura, sulla trama della soap, sul suo sviluppo e su come ciò influenzasse i personaggi. In seguito, è stato molto facile scrivere la sceneggiatura. Io stesso ho guardato molte soap opera, insieme alla mia famiglia, poiché si tratta veramente di un evento televisivo nel Medio-Oriente. Sono cresciuto con questo genere di show televisivi molto melodrammatici con un tocco di spionaggio e quello che ho voluto creare nel mio film è proprio un omaggio a una soap opera egiziana molto conosciuta. 

Il film rende omaggio anche ai classici hollywoodiani.
Quando scrivevo le scene della soap opera e provavo a immaginarle, con il loro lato “cheap” ed estremamente drammatico, mi sono detto che proprio questo avrebbe indirizzato il film verso un aspetto visivo di pessima qualità e che il contrasto con la realtà non avrebbe funzionato bene. Ho dunque deciso di orientare la soap verso il genere noir. Otto e mezzo viene citato da uno dei personaggi e la scena di apertura è niente poco di meno che un diretto omaggio a Casablanca. Molte scene sono degli omaggi ai classici hollywoodiani così come anche l’interpretazione melodrammatica dei personaggi. 

Il film è anche una rappresentazione distorta del mestiere dello sceneggiatore.
Sono abituato a scrivere commedie ma avevo già un altro copione pronto: Catch the Moon. Ho anche partecipato alla scrittura del The Idol [+leggi anche:
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di Hani Abu-Assad. So che ciò che funziona sul piano comico è la semplicità e avere un protagonista che si ritrovi in situazioni scomode per lui. La scelta di un personaggio come Salam, privo di preparazione alcuna, improvvisamente proiettato nei panni di sceneggiatore, dona al film fin dall’inizio una sfumatura comica che gioca con questa situazione. Tuttavia, vi è anche il fatto che, come gli suggerisce lo zio, diventare sceneggiatore implica avere delle responsabilità nei confronti del proprio pubblico. I due elementi si completano a vicenda grazie alla questione palestinese che viene rappresentata male attraverso quell’immagine mediatica che si limita alla guerra e che non prende in considerazione la vita quotidiana. Eppure, per me, la quotidianità è molto più interessante dei retroscena politici mondiali. Quei personaggi in lotta con la loro quotidianità, quelli che si scontrano con la loro realtà, sono molto più interessanti, a mio avviso, di qualsiasi altro personaggio che sa esattamente cosa vuole. Molti palestinesi si trovano, oggigiorno, nel limbo, le nuove generazioni sono cresciute con le decisioni prese negli accordi di Oslo e ciò non ha portato a nulla, i leader non sono d’ispirazione a nessuno e infine si percepiscono queste molteplici sensazioni di assenza di punti di riferimento. Tramite i miei film ho provato a delineare questo stato d’animo.

La sequenza che vede Salam bloccato in territorio palestinese e camminare lungo il muro, è un modo per voler brutalmente immergere il film nella realtà più o meno nascosta dalla sfumatura comica del film.
Ho gettato le basi per questa scena attraverso qualche inserto discreto, poiché è vero che è facile ridere degli incontri al check-point tra Salam e il comandante israeliano Assi, che sono come in una bolla mentre cercano di immaginare insieme la scena di una soap. Ma improvvisamente, questa bolla scoppia quando si trovano in disaccordo sulla definizione del personaggio di Marwan: soldato per la libertà o terrorista? La realtà, da lì, emerge con fragore.

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(Tradotto dall'inglese da Carlotta Cutrale)

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