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VENEZIA 2018 Concorso

Roberto Minervini • Regista di What You Gonna Do When the World’s on Fire?

"Racconto l'America del sottosuolo"

di 

- VENEZIA 2018: Il documentarista Roberto Minervini ha portato il suo What You Gonna Do When the World's on Fire? in concorso alla Mostra di Venezia

Roberto Minervini • Regista di What You Gonna Do When the World’s on Fire?
(© La Biennale di Venezia - foto ASAC)

Roberto Minervini vive da anni a Houston, Texas, con la moglie filippina e i figli. "I miei figli hanno la pelle giallastra, anch'io come padre e marito vivo la questione razziale. La divisione negli Stati Uniti esiste, e non possiamo stendere il cemento su fondamenta fragili". Il documentarista italiano è alla Mostra di Venezia in concorso con What You Gonna Do When the World's on Fire? [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Roberto Minervini
scheda film
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, che racconta una comunità nera in Louisiana.Con i suoi documentari Minervini ha descritto quella che oggi al Lido definisce "l'America del sottosuolo". "Nei miei film precedenti avevo raccontato storie del Sud, ho documentato i semi della rabbia reazionaria e anti-istituzionale che hanno portato alla presidenza di Donald Trump. Questa volta ho voluto osservare la condizione degli afroamericani, andando alle radici della diseguaglianza sociale". Il film è stato girato tra Baton Rouge e Jackson, dove la popolazione nera raggiunge il 70 per cento, nei giorni dell'estate del 2017che hanno seguito le uccisioni di Alton Sterling e Philando Castile da parte di agenti della polizia locale.

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Cineuropa: Come è nato questo documentario?
Roberto Minervini: L'idea iniziale era quella di raccontare la comunità afroamericana attraverso quell'ultimo baluardo delle loro tradizioni che è rappresentato dal folk blues. Per cui abbiamo incontrato Judy Hill, una delle protagoniste del film, che proviene da una famiglia interamente dedicata al jazz di New Orleans e gestiva lo storico locale Ooh Poo Pah Doo. Lei mi ha aperto la porta su quel mondo.

E' interessante l'aspetto musicale del film…
Gli indiani del Mardi Gras partecipano da oltre un secolo alle parate con costumi elaboratissimi, danze e canzoni. Nella loro performance un ruolo cruciale è svolto dalla musica, che consiste in un canto di botta e risposta accompagnato da percussioni. La musica degli indiani del Mardi Gras contiene un legame diretto fra la loro tradizione e quella degli schiavi africani.

Durante le riprese a New Orleans la polizia ha sparato dei proiettili anche verso la troupe. Altre difficoltà incontrare durante la lavorazione del documentario?
Nessuna difficoltà a livello artistico. Piuttosto qualche problema emotivo nel sostenere per mesi un'atmosfera in cui l'abbandono e la violenza sono all'ordine del giorno. Quello che mi ha più colpito è la diversa percezione della violenza: i ragazzi, come Ronaldo e Titus nel film, riescono a convivere con una violenza che per noi sarebbe insopportabile. Io ho strisciato a terra per evitare le pallottole, loro ci fanno i conti ogni giorno.

Cosa è cambiato dall'epoca delle Black Panthers degli Anni Sessanta a quella del Nuovo Partito delle Pantere Nere per l’Autodifesa di oggi che mostri nel film?
Una delle lezioni che ho imparato è la necessitò di rispondere a questa domanda in modo duplice: dal punto di vista dei bianchi, le cose sono cambiate in peggio, ma per i neri la violenza razzista istituzionalizzata è sempre esistita, il Ku Klux Klan non è mai scomparso. Omicidi e abusi sono persino aumentati durante la presidenza Obama. Oggi Trump dà voce a un pensiero comune contro gli immigrati, è soltanto la bocca della verità dell'America.

Il film è basato su una sceneggiatura?
Non c'è sceneggiatura e non ci sono indicazioni di regia, il film si basa solo sull'osservazione e questo ha determinato problemi con il budget. La vera scrittura è stato il montaggio, abbiamo lavorato con Marie-Héléne Dozo su 180 ore di girato. Gianfranco Rosi dice: "nel film documentario ci sono quei magici momenti in cui la realtà sembra scritta".

Perché hai usato il bianco e nero?
Per dare un equilibrio estetico alle diverse storie che non convergono a livello drammaturgico e che sono state girate in momenti diversi del giorno. Inoltre il colore è invasivo, il bianco e nero mette in chiaro che questa non è la mia storia. E' come se il regista si facesse da parte.

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