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TORONTO 2018 Contemporary World Cinema

Koen Mortier • Regista

Angel parla di amore e morte, speranza e disperazione”

di 

- TORONTO 2018: Abbiamo parlato con il regista fiammingo Koen Mortier, che torna a Toronto con il suo terzo film, Un ange, con protagonisti Vincent Rottiers e Fatou N'Diaye

Koen Mortier  • Regista
(© Stephan Vanfleteren)

Il fiammingo Koen Mortier torna al Festival di Toronto con la sua terza pellicola, Un ange [+leggi anche:
recensione
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intervista: Koen Mortier
scheda film
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, che racconta una storia d’amore tra un ciclista belga e una prostituta africana. Il film si ispira al romanzo Monologue of Someone Who Got Used to Talking to Herself di Dimitri Verhulst, che segue gli ultimi giorni di vita del celebre ciclista Frank Vandenbroucke. Abbiamo incontrato Mortier per una chiacchierata su ciò che l’ha ispirato nella realizzazione di questo film, sui differenti elementi di questa storia d’amore inusuale e sul fatto che l’ha girato interamente con una 35mm.

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Cineuropa: In che modo la storia di Vandenbroucke l’ha ispirata?
Koen Mortier: Il romanzo di Frank Vandenbroucke si trova all’origine del film, ma solo come fonte di ispirazione, perché nessuno sa veramente cosa sia successo. L’elemento che mi ha attirato maggiormente nel romanzo è il fatto che tutta la storia è raccontata dal punto di vista della “lucciola”, con la quale Vandenbroucke ha trascorso la sua ultima notte. Si tratta di qualcuno che non ha mai nemmeno sentito parlare di ciclismo, tantomeno di questa star del ciclismo in particolare. Questo mondo le era totalmente sconosciuto se paragonato a quello in cui viveva, questo per capire che lei non aveva un’opinione o un pregiudizio nei confronti di lui.

Pensa che Un ange possa aprire un dibattito sulle dipendenze degli atleti?
Non volevo concentrarmi sul doping; penso che ognuno di noi sappia quanto la pratica fosse comune negli anni ‘90 e nei decenni successivi. Volevo ritrarre l’immagine di un ciclista che aveva già avuto talmente a che fare con il doping, che ormai non si pone nemmeno più la questione. E neanche il film. Doveva sembrare totalmente normale entrare in Senegal con sostanze da doping, con la stessa normalità con cui l’ago e il fluido che vengono iniettati non sono altro che una cura quotidiana, di due dosi al giorno. La cosa più importante era osservare come i ciclisti vi si relazionavano anni dopo. Sono diventati dipendenti dalla sostanza o solo psicologicamente disturbati? È veramente triste e anche un peccato vedere fino a che punto dei talenti incredibili, come Vandenbroucke, Jan Ullrich, Marco Pantani e Lance Armstrong, sono cambiati dopo la fine della loro carriera.

Perché ha deciso di raccontare la storia di questi due personaggi così differenti in maniera così drammatica?
Volevo scrivere una storia d’amore di enorme tensione e intensità, pur rimanendo abbastanza minimalista da un punto di vista di recitazione.  Volevo anche che la linea tra realtà e finzione fosse molto sottile, di modo che la storia fosse credibile e autentica, ma che la sua interpretazione si concentrasse nel campo della finzione. In qualche modo, questa è una storia d’amore esistenziale tra due personaggi alla deriva che vengono da due ambienti sociali, culturali ed economici completamente differenti. Un ange parla di amore e morte, di speranza e disperazione. Di solito, la letteratura romantica esalta la follia, il lato diabolico dell’amore e della morte. È intorno a questi temi che ho deciso di concettualizzare il mio film. Ho anche "messo del filo spinato" attorno alla loro storia, che gli conferisce un lato oscuro, supportato dalla fotografia e dalla musica, che distingue Un ange da altre storie d'amore.

A tal proposito, avete girato in Senegal, anche se l’ambiente sembra totalmente alterato. Perché ha deciso di sradicare i suoi protagonisti dal luogo dove si trovavano?
Avevo la sensazione che i personaggi dovevano rimanere nel loro bozzolo, così ho deciso di separarli dalla realtà e dal mondo in cui si trovavano nel momento in cui si incontrano. Come se nient’altro contasse più: ci sono solo loro due nella loro Via Lattea. Insieme, non sono più la prostituta e il ciclista, bensì due esseri umani fragili e spaventati, bisognosi d’amore e l’uno dell’altra. La colonna sonora dei Soulsavers sottolinea una svolta per quanto riguarda questa storia d’amore abbastanza semplice: doveva essere creata una tensione e fare da contrappeso alle loro emozioni. La cinepresa si avvicina sempre di più alla loro pelle, si insinua nei loro pensieri e nei loro sentimenti, aggiungendo però una dimensione spiacevole per la quale qualsiasi decisione prendano insieme sembri sbagliata. Gli incubi rompono l’atmosfera del film per interrompere i solo sentimenti, per far loro comprendere che vivono un sogno ingenuo e anche per scuotere tanto lo spettatore quanto i personaggi. 

Lei è anche uno dei coproduttori del film. È stato facile girare con una 35mm?
Abbiamo preso questa decisione perché il mio capo-operatore Nicolas Karakatsanis ne ha espresso il bisogno. I paesaggi senegalesi emanano un'impressione astratta che evoca il movimento pittorico Color Field, per lui impossibile da rendere in formato digitale. Karakatsanis ha dunque pensato che la pellicola da 35 mm avrebbe supportato e assorbito meglio quei colori così vivi, decisamente meglio rispetto a una videocamera digitale. È esattamente il genere di apporto tecnico di cui avevo bisogno per decidermi a girare il film con una 35mm.

(Tradotto dall'inglese da Carlotta Cutrale)

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