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TORONTO 2018 Discovery

Joël Karekezi • Regista

"La giungla, il vero personaggio del film, mette in discussione l'assurdità della guerra"

di 

- TORONTO 2018: Abbiamo incontrato Joël Karekezi, il cui secondo lungometraggio, The Mercy of the Jungle, è stato presentato in prima mondiale nella sezione Discovery al Festival di Toronto

Joël Karekezi • Regista

Abbiamo incontrato Joël Karekezi, il cui secondo lungometraggio, The Mercy of the Jungle [+leggi anche:
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intervista: Joël Karekezi
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è stato presentato in prima mondiale nella sezione Discovery al Festival del cinema di Toronto.

Cineuropa: Può riassumerci velocemente la storia della sua carriera?
Joel Karekezi:
Sono nato e cresciuto in Ruanda. Ho vissuto sulla mia pelle il genocidio, durante il quale ho perso mio padre. Successivamente mi sono rifugiato in Congo. Ho sentito il bisogno di esternare questo trauma, di trasformarlo, e mi sono imbattuto in delle lezioni di cinema online di una scuola canadese. Ho avuto un assaggio di cinema, e poi ho migliorato le mie capacità di scrittura con il Maisha Film Lab in Uganda, fondato da Mira Nair. In seguito ho scritto il primo cortometraggio, Imbayazi, del quale successivamente ho fatto un lungometraggio. E’ uscito nel 2013, dopo di che ho iniziato subito a scrivere The Mercy of the Jungle, il mio secondo lungometraggio.

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The Mercy of the Jungle mette in luce le assurdità della guerra, non è così diverso dal suo primo film…
Sì, sono nato in una regione in guerra, e utilizzo i miei film per chiedere se l’umanismo sia ancora possibile. Come facciamo a credere nell’umanità dopo aver vissuto durante il genocidio ruandese, o la guerra in Congo?

Quando ha iniziato a pensare a The Mercy of the Jungle?
Mentre giravo il mio primo film, ho incontrato uno dei miei cugini congolesi, il quale ha preso parte ai conflitti sul confine tra Ruanda e Congo. Mi ha raccontato la sua storia, e che si perse nella giungla per cercare la sua unità. Ho trovato il tema del vagabondare nel cuore della giungla, estremamente potente. Volevo anche affrontare il tema del conflitto, avvicinandomi il più possibile alla psicologia di due soldati che sono uno l’opposto dell’altro: uno ha molta esperienza e lo status di eroe di guerra, mentre l’altro è il tipico ragazzo innocente, che per un suo errore costringe entrambi a percorrere la giungla insieme.

La giungla è praticamente il terzo personaggio del suo film.
Volevo che la giungla fosse il vero antagonista della storia, e un personaggio proprio come i due soldati. Filmandola, volevamo farla parlare e darle la possibilità di evolversi insieme ai personaggi. Durante la preparazione del film, sono stato ispirato dalla poesia The Thin Red Line di Terrence Malick, il suo grande film anti-militarista, così come il modo in cui Alejandro Gonzalez Iñárritu segue i suo personaggi in The Revenant. L’uso della natura, e la sua immensità, per interrogarci sull’assurdità delle azioni del genere umano, e la follia della guerra.

E’ stata una sfida girare nella giungla?
Sì, e ammiro il lavoro dei miei produttori. Eravamo in 40 nella giungla, spesso abbiamo dovuto camminare per diverse ore per raggiungere i luoghi in cui giravamo perché non c’erano strade, portandoci dietro tutto il nostro equipaggiamento. Anche solo l’accesso ai soldi è stato un problema! Ma ci sono stati anche momenti che ci hanno ripagato di tutto. Per esempio, abbiamo dovuto girare una scena con un gorilla. Eravamo una squadra di poche persone, circa dieci, e la maggior parte di noi non ne aveva mai visto uno. Non è una cosa da tutti i giorni quella di imbattersi in un gorilla, è veramente il re della giungla, bisogna sottomettersi a lui. E’ stato un momento sorprendentemente tranquillo e spettacolare.

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(Tradotto da Elisa Flammia)

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