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SAN SEBASTIAN 2018 New Directors

León Siminiani • Regista

"Bisogna essere disposti a lasciare che il film trovi la sua strada"

di 

- SAN SEBASTIÁN 2018: Lo spagnolo León Siminiani lancia il suo secondo film, Apuntes para una película de atracos, dove mescola di nuovo sperimentazione, realtà e finzione

León Siminiani • Regista
(© Lorenzo Pascasio)

Con il sostegno del produttore e distributore Avalon, León Siminiani ha impiegato quasi cinque anni a realizzare il suo secondo film, Apuntes para una película de atracos [+leggi anche:
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intervista: León Siminiani
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, che è stato presentato per la prima volta nella sezione New Directors del 66° Festival del Cinema di San Sebastián. C'era una logica curiosità di conoscere questo progetto top secret dopo i premi e riconoscimenti ricevuti dal suo precedente documentario, Mapa [+leggi anche:
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, in diversi concorsi cinematografici dopo la sua prima nel 2012.

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Cineuropa: Come ha reagito il pubblico alle prime proiezioni di questo dispositivo così particolare che mette in scena nel suo nuovo film?
León Siminiani:
Nell’incontro successivo alla prima proiezione mi hanno chiesto del tono del film e dell'ironia con cui sono trattati temi gravi: ho spiegato che il tono proveniva dal rapporto che avevo con il protagonista, Flako, e di come io nella seconda parte e alla fine ho voluto che fosse più serio e sobrio, perché, oltre al fatto di rubare e commettere crimini, appariva tutto il substrato emotivo e psicoanalitico dell'eredità del padre del protagonista, che mi sembrava molto serio. Volontariamente il film inizia più giocoso e sperimentale, per poi diventare un documentario più canonico, sobrio e lento. Questo è un riflesso del nostro rapporto, perché Flako è un tipo molto espansivo e frizzante ma, quando si approfondisce la conversazione, emerge il suo sfondo emotivo.

¿Apuntes... comincia dunque dove era finito Mapa e termina in un luogo nuovo?
Sì. L'idea era di continuare con lo stile soggettivo, in prima persona, tipo diario filmico come in Mapa, ma avevo la volontà di uscire da me: passare dall’io al tu, e in questo caso il "tu" è Flako. Ciò è stato notevolmente rafforzato dal suo modo di essere, perché nel genere documentario bisogna essere disposti a lasciare che il film trovi la propria vita e accettare i nuovi percorsi che emergono, che a volte sono migliori. Io non l'avevo capito, perché sono un maniaco del controllo e mi piace avere tutto ben pianificato, ma con Flako è diventato evidente: avevo il mio progetto di fare una sorta di saggio sul cinema di rapina, ma conoscendolo, ha preso più spazio. Nel bel mezzo del film ho deciso di passare le redini a Flako, dandogli la voce fuori campo, che fino ad allora era in mio potere nel cinema che faccio.

Uscendo così dalla sua zona di comfort...
Questa è l'idea: di fatto, l'ho già sperimentato con la serie TV El caso Asunta e con la serie documentaria che sto realizzando per Netflix, sul crimine di Alcàsser, in cui non c'è voce fuori campo o qualcosa del genere. Da Mapa sento che sto cercando di uscire nel mondo, non so se dalla zona di comfort, ma di sicuro da quella dinamica abituale.

Qual è stato l'approccio iniziale alla struttura, inclusa l'animazione?
Al principio, come in Mapa, non c’era niente di tutto ciò. Era chiaro che dovevo documentare un personaggio in absentia e poi conoscendolo, andando in prigione e passando il tempo dei suoi permessi insieme. Da lì, il resto degli elementi, come l'animazione e la grafica, non sapevo che li avrei usati, ma poi, nel montaggio, nel raccontare la storia, queste possibilità hanno cominciato ad emergere: ho capito che nella mia mente l'universo del cinema noir aveva molto peso, ma non in quello che avevo registrato. Quindi ho voluto recuperarlo, perché era l'impulso iniziale: così è entrata in ballo l'animazione, come una favola nera, e frammenti di cinema noir spagnolo, per abbinarlo ai colpi che Flako ha compiuto a Madrid. Ho scoperto una tradizione del cinema spagnolo noir degli anni Cinquanta molto significativa.

E’ nata quindi una grande amicizia tra lei e Flako?
Sì, in effetti lui sta scrivendo il suo romanzo: Esa maldita pared, intitolato come la canzone di Bambino. Lì si addentra nella sua biografia in un modo più profondo. Cerco di essere un po’ la sua guida: gli consiglio di lavorare con l'editor e lo incoraggio a scrivere della sua vita. Alla fine, il film è la cronaca di un reinserimento. Non intendo giudicarlo, poiché ho girato la sua storia per la sua capacità di uscire dal mondo delle rapine e di reinventarsi in qualcos'altro.

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(Tradotto dallo spagnolo)

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