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SAN SEBASTIAN 2018 New Directors

Ismet Sijarina • Regista

"Erano gli anni in cui non vivevamo, ma esistevamo semplicemente"

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- SAN SEBASTIÁN 2018: Abbiamo parlato con il regista kosovaro Ismet Sijarina, il cui film d'esordio, Cold November, ha avuto la sua prima mondiale nella sezione New Directors

Ismet Sijarina  • Regista
(© Montse Castillo/San Sebastián International Film Festival)

Abbiamo parlato con il regista kosovaro Ismet Sijarina, il cui film d'esordio, Cold November, ha avuto la sua prima mondiale nella sezione New Directors del San Sebastián Film Festival.

Cineuropa: Secondo la didascalia prima dei titoli di coda, il film è basato su un fatto vero.
Ismet Sijarina: È basato su molteplici fatti veri. La storia si svolge all'inizio degli anni '90, quando la situazione nel mio paese era disastrosa. Le istituzioni erano in rovina e i cittadini – soprattutto gli albanesi – esistevano appena, mentre il nuovo governo istituito da Belgrado diffondeva paura e violenza, con l'intenzione di convincere la gente che l'unico modo per sopravvivere e vivere in Kosovo era agire come dicevano loro. Per anni, gli albanesi hanno resistito creando istituzioni parallele che erano uniche al mondo e, a causa della costante pressione, si sono raggruppate strettamente. Pertanto, qualunque decisione fosse presa, la seguivano ciecamente, anche se a volte si rivelavano sbagliate. Quindi sì, la storia di Cold November è composta da immagini della mia infanzia, ed è stata scritta da me uomo adulto, insieme al mio co-sceneggiatore, Arian Krasniqi.

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Perché ha optato per il formato 4:3 e come ha costruito lo stile visivo, inclusa la meticolosa scenografia?
Il formato non è stato affatto una scelta tecnica; in realtà, si adatta alla narrativa del film. Il nostro eroe, così come altri personaggi, ha scelte molto limitate. Vivono in un ghetto isolato e hanno bisogno di libertà, che ovviamente non hanno. Inoltre, Cold November è un film di ritratti e il 4:3 ci ha aiutato a collocare il personaggio principale nell’inquadratura, a limitare il suo spazio e a farlo sembrare a disagio. Facendo questo, volevamo avere un impatto sul pubblico e fargli sentire davvero la sua situazione.

La squadra ha lavorato duramente per creare l'aspetto originale del film, anche se il budget era molto basso. Abbiamo curato ogni singolo dettaglio per guadagnare la fiducia del pubblico e creare un mondo realistico.

Come ha lavorato con gli attori? Funzionano davvero bene insieme. C’è anche una grande star balcanica nel film, Emir Hadžihafizbegović.
Sono il tipo di regista che lavora molto con gli attori. Credo che in un film, nulla sia più importante degli attori. Ecco perché per quasi due mesi ho lavorato alla scaletta con il mio direttore della fotografia, Sevdije Kastrati, in modo da avere più tempo durante le riprese per concentrarmi sul lavoro con gli attori e farli funzionare come fanno nel film.

Emir mi è stato suggerito dal produttore, Fatmir Spahiu. Ho pensato inizialmente che sarebbe stato impossibile ottenerlo a causa del nostro budget limitato, ma siamo rimasti sorpresi dalla sua reazione immediata alla sceneggiatura. Se n’è innamorato e, più tardi, è stato lo stesso con la squadra. E’ stato un vero piacere averlo a bordo, insieme a grandi attori kosovari, come Kushtrim Hoxha, Adriana Matoshi e Fatmir Spahiu. 

Qual è la sua opinione sul cinema kosovaro attuale e il suo rapporto con eventi del passato recente e meno recente? E come si inserisce il suo film in questo filone?
Tutti i film kosovari recenti riguardano la guerra o il dopoguerra, ed è per questo che volevamo raccontare una storia diversa, su come siamo sopravvissuti al periodo di “apartheid” che ha poi portato a quella guerra. Nessuno vuole parlare di questo – né cineasti né scrittori. È una fase di ghetto che viene cancellata dalla nostra storia perché questi erano gli anni in cui non vivevamo, ma esistevamo semplicemente.

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(Tradotto dall'inglese)

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