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TORINO 2018

Duccio Chiarini • Regista di L’ospite

“Il confronto con l’altro è sempre importante quando vivi un dolore”

di 

- Abbiamo incontrato il regista fiorentino Duccio Chiarini al 36° Torino Film Festival per parlare del suo secondo film, L’ospite, presentato nella selezione targata TorinoFilmLab

Duccio Chiarini  • Regista di L’ospite

Presentato in prima mondiale lo scorso agosto al Festival di Locarno, in Piazza Grande, e dopo un passaggio a ottobre al Chicago International Film Festival, L’ospite [+leggi anche:
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 del regista fiorentino Duccio Chiarini torna dove è nato, al Torino Film Festival. Sviluppato due anni fa al TorinoFilmLab, dove si aggiudicò anche un premio di produzione (leggi la news), il secondo lungometraggio di finzione dell’autore del celebrato Short Skin [+leggi anche:
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, coprodotto da Italia-Svizzera-Francia, è stato proiettato alla 36ma edizione del festival torinese nella sezione Festa Mobile. Un’occasione per parlarne con lui.

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Cineuropa: Lei definisce questo suo secondo film un “romanzo di formazione tardivo”. Cosa intende?
Duccio Chiarini:
Il film è strutturato come un viaggio paradossale. Quando finisce un amore, si riemerge con una consapevolezza interiore, le risposte che cercavamo nell’altro ce le diamo noi stessi. In questo senso è come un romanzo di formazione, in cui ti confronti con la vita e dalla vita impari alcune cose. Guido impara passando attraverso il proprio dolore e il dolore altrui, tramite le incongruenze e le imperfezioni degli altri. L’idea di un romanzo di formazione di un quasi quarantenne mi sembrava molto azzeccata per questo periodo storico. Cinquant’anni fa Guido sarebbe stato quello che si dice “un uomo fatto”, oggi è un ragazzone, è come se le cose accadessero un po’ troppo tardi nella sua vita: in questo gap stanno le problematiche del nostro paese, in questo scoppio ritardato. 

Guido sembra imbambolato davanti a ciò che gli accade nella vita ed è ben lontano dagli stereotipi di virilità. Come è nato questo personaggio?
Guido rappresenta un mondo che vedo intorno a me e che è poco rappresentato. Quando mi guardo attorno, vedo ragazzi che mi assomigliano, che hanno fatto buoni licei, buone università, gente che si è formata, anche troppo, e che, superati i 30 anni, si confronta con una realtà più dura. Gente ben educata anche a livello emotivo: Guido, dal punto di vista umano, è molto affettuoso e rispettoso. E’ un ricercatore universitario, ha una cultura sviluppata, e si rapporta con l’universo femminile in modo molto disponibile, pronto all’ascolto, a costo di umiliarsi. E quando fa cose tipiche del maschio dominante, le fa in modo assurdo e goffo, come quando insegue la sua fidanzata a bordo della macchinetta elettrica della madre. Ho cercato di continuare a raccontare, come nel mio primo film, la fragilità del maschio contemporaneo rispetto a donne più emancipate, con ironia. Dinanzi alla piaga della violenza sulle donne, volevo raccontare il contrario, ossia quanto civile possa essere la fine di un amore. E nel ritrarre il momento in cui due persone si lasciano, i passi falsi, le incertezze e quel senso di deriva, il divano mi sembrava un elemento simbolico perfetto dell’incapacità di costruire un “noi”, del navigare a vista.

“Loro buttano via le cose, noi cercavamo di ripararle”, dicono i genitori di Guido. Il confronto fra generazioni è un altro tema del film?
Il confronto con l’altro è sempre importante quando vivi un dolore, cerchi negli altri delle risposte, e spesso questo confronto avviene con i genitori: in qualche modo fai sempre i conti con chi ti ha generato e come erano i rapporti allora. Era importante, rispetto alla difficoltà di creare un “noi” di Guido e dei suoi coetanei, far vedere come erano le cose un tempo, quando le relazioni erano anche più empiriche, fattuali, ci si sposava per uscire di casa, per rendersi autonomi. Era importante anche che la madre dicesse certe cose su Chiara come donna, per percepire questo scollamento, questa difficoltà di creare un mondo che non sia guidato dall’io.

Quando presentò il progetto due anni fa al TorinoFilmLab disse che si sarebbe ispirato ai primi film di Woody Allen. E’ stato effettivamente il grande regista americano a guidarla al momento della realizzazione?
Mi sono ispirato ad Allen nel modo di filmare, nel prediligere la fluidità della recitazione, nella scelta dei piani sequenza per favorire un’interazione più naturale tra i personaggi, una regia che tende a scomparire per mettere al centro la verità: in questo, Allen è un maestro. Altre luci che illuminano la mia strada oggi sono i film di Alexander Payne, di Noah Baumbach, per la leggerezza nel trattare i sentimenti, e poi il cinema francese degli anni ‘70, il racconto di certe realtà emotive, di persone che invecchiano insieme, da diversi punti di vista.

Quando arriverà L’ospite nelle sale commerciali?
L’uscita in Italia è prevista per la primavera 2019, stessa cosa in Francia. In Svizzera, il film è già uscito in Canton Ticino, seguiranno altri cantoni a inizio anno. Tra i territori venduti, ci sono l’Australia, la Grecia, HBO Est Europa. Altre trattative sono in corso. 

Nuovi progetti in cantiere?
Il mio prossimo film parlerà della mia città, Firenze. Di più non posso dire, lo sto ancora scrivendo.

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