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Mia Hansen-Løve • Regista di Maya

Vocazione, dipendenza, amore e dualismo

di 

- Mia Hansen-Løve ci parla di Maya, girato in gran parte in India, svelato a Toronto e presto nelle sale francese

Mia Hansen-Løve • Regista di Maya
(© Carole Bethuel)

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 (Orso d’argento della miglior regia a Berlino nel 2016). Svelato a Toronto, questo nuovo film sarà lanciato nelle sale francesi il 19 dicembre da Les Films du Losange.

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Cineuropa: Come è nata l’idea di Maya?
Mia Hansen-Løve
: Dall’unione di diverse cose: parlare di un amore impossibile, girare un film in India e ritrarre un reporter di guerra. È un film sulla vocazione, un tema che è sempre stato presente nei miei film. Allo stesso tempo, andare in India, confrontarmi con una cultura completamente diversa dalla mia, è stata una rottura abbastanza radicale, anche se non si traduce in una rottura da un punto di vista formale. E per la prima volta, ho avuto l'idea di un film che non avesse nulla a che fare con l'ispirazione biografica o autobiografica delle mie opere precedenti.

Che cosa l’ha attirata verso un personaggio di reporter di guerra?
Il coraggio che incarnano a rischio della loro stessa vita suscita la mia ammirazione. Ma non faccio film per elogiare persone coraggiose. In compenso, c'è questo pudore, questa riserva che ho potuto osservare in alcuni di loro, che erano stati ostaggi, al momento della loro liberazione. Dicono cose, ma ci sono altre cose che non hanno il diritto di dire o che non vogliono dire, che non diranno mai... C'è anche un rapporto con la sofferenza che non è quello che vediamo più spesso al cinema e che posso trovare convenzionale, quando viene mostrato chiaramente. Tra i reporter di guerra che ho incontrato, c'è un pudore, forse un orgoglio, che li rende non molto introspettivi.

I reporter di guerra hanno anche una forma di dipendenza dall’adrenalina del loro mestiere.
Vogliono tornare là: c'è qualcosa di quasi animale, nell'ordine della dipendenza, del bisogno insopprimibile, di una forza oscura che li prende, con il rischio di essere prigionieri. È questa contraddizione che mi attrae e l'idea della vocazione va spesso insieme all'idea della dipendenza, per me: può darti una forza incredibile, farti andare avanti e superare molti ostacoli, e allo stesso tempo è una forza potenzialmente distruttiva. Questo dualismo è in atto nei miei personaggi.

L’altra linea del film è l’amore impossibile tra due persone di età e culture differenti. Anche l’amore è uno dei suoi temi preferiti.
I sentimenti sono molto presenti nei miei film. Oggi il cinema d'autore raramente parla di sentimenti perché non è facile fare film sull'argomento senza attori noti. Ma non è la mia storia, ovviamente, perché non sono indiana. Comunque, da adolescente, ero molto innamorata di un ragazzo molto più grande di me: era anche quello un amore impossibile ed è una sensazione che capisco. Ma quando ho scritto il film, mi sono sicuramente identificata con il personaggio di Gabriel che è immerso in una sorta di ascetismo e che Maya riporterà alla vita in un certo modo, rendendolo consapevole della possibilità di amare.

Per la prima volta, ha introdotto qualche elemento di thriller.
Andando a Goa, il personaggio vuole ritrovare le sue radici e una parte di sé vuole ritrovare sua madre, ma c'è qualcosa nell’ordine della fantasia, del paradiso perduto. Ora, Goa è davvero un paradiso perduto e si troverà di fronte alla realtà dell'India nella sua complessità, un luogo tutt’altro che idilliaco. Queste aggressioni esterne, queste minacce, questa ricerca, raccontano allo stesso tempo l'impossibilità di fuggire dal mondo reale perché la violenza, la brutalità, l’ostilità ti catturano anche se vai in capo al mondo, lontano dalle guerre, così come l’impossibilità di sentirsi a casa da qualche parte. È sia molto concreto che metaforico. Nella mia idea, la parte indiana è allo stesso tempo totalmente reale e onirica. I personaggi che lo attaccano nella notte sono un po' spettrali e la casa in fiamme è un po' il suo destino, l'India gli dice che deve tornare a fare il suo lavoro, che non può stabilirsi lì. È quasi il suo subconscio.

A che punto è il suo progetto Bergman Island?
Dovevo girare l'intero film la scorsa estate, ma ci sono stati alcuni piccoli imprevisti di casting (Mia Wasikowska e Anders Danielsen Lie sono stati raggiunti da Vicky Krieps) che ci hanno portato a girare solo metà del film. L'altra metà comincerò a girarla a metà maggio.

(Tradotto dal francese)

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