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ROTTERDAM 2019 Concorso Tiger

Ulaa Salim • Regista di Sons of Denmark

"Ogni film dovrebbe essere realizzato all'interno del DNA di una storia"

di 

- Cineuropa ha incontrato il regista danese esordiente Ulaa Salim, che ha gareggiato nella competizione principale di Rotterdam con il suo thriller drammatico Sons of Denmark

Ulaa Salim • Regista di Sons of Denmark

Il concorso principale dell’edizione 2019 dell’International Film Festival Rotterdam vede tra i suoi protagonisti il film di debutto Sons of Denmark [+leggi anche:
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, scritto e diretto da Ulaa Salim, talento danese emergente. In quello che è un dramma combinato a un thriller, Salim analizza la spinosa nonché attuale questione della radicalizzazione e normalizzazione dell’estremismo. Cineuropa ha incontrato il neo-regista per parlare dei generi cinematografici, del modo in cui la realtà si intreccia con la vicenda da lui rappresentata e di cosa si prova a produrre il proprio film di debutto, dopo il conseguimento del diploma.

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Cineuropa: Sons of Denmark affronta un tema rilevante dal punto di vista socio-politico, più attraverso un cinema di genere che un tradizionale cinema d’autore. Come mai?
Ulaa Salim
: Penso che ogni film debba essere realizzato all’interno del DNA di una storia. Voglio occuparmi di tematiche importanti, di personaggi complessi. In qualche modo il genere thriller mi ha quasi “invitato” ed è stato lo strumento più adatto per veicolare questa storia, che è molto di più di un film di genere. In fin dei conti, non volevo aderire a nessun genere specifico, ma solo poter realizzare un film che fosse di mio gusto usando i mezzi cinematografici necessari per raccontare la storia. Questi due aspetti, mentre stavo scrivendo, si sono in qualche modo intrecciati. è stato automatico perché nella narrazione è presente anche un elemento di sorpresa, ancor prima di sapere che tipo di film sarebbe stato.

Sons of Denmark ha una struttura ben definita. Perché ha deciso di articolare in questo modo la narrazione?
L’incipit di ogni film è molto importante; quando riesce a racchiudere l’essenza della storia, significa molto. Per questo motivo ho ritenuto doveroso inserire nel prologo una premessa alla vicenda perché, così facendo, ero in grado di specificare che quello era il mondo in cui era ambientata la storia e non viceversa. Inoltre ho voluto spingermi oltre i confini della classica struttura narrativa, ma inserendo quesiti quali “a chi appartieni?”, “chi sei?” e “qual è la tua comunità?” all’interno della stessa struttura.

Lei ha detto che all’inizio della stesura della sceneggiatura le persone consideravano la storia troppo inverosimile. Nel corso degli anni, però, la realtà ha raggiunto la fantasia. Perché ha ambientato la storia nel futuro?
Sono due i motivi che mi hanno spinto a farlo. In primis, essendo regista amo l’idea di poter avere la completa libertà di procedere come voglio. Penso che i registi debbano sfruttare l’immaginazione e cercare di rappresentare il loro modo di vedere il mondo e di interagire con esso. Non volevo fosse un dibattito sulla mia prospettiva, se fosse più o meno vera. In realtà non è il mio punto di vista; ho fatto questo film per parlare della società che ci auguriamo di vivere in un futuro. I modi in cui la società può svilupparsi sono molteplici e questo film ne rappresenta solo uno dei tanti. Come regista, ho avuto ampio spazio di manovra all’interno della trama.

Ha terminato gli studi nell’estate del 2017 e solo un anno e mezzo più tardi ha visto proiettato il suo film di debutto in anteprima mondiale. Come ci è riuscito?
Ho avuto sempre in mente la realizzazione del film. Il giorno dopo che finii scuola, inviai la prima bozza per il finanziamento. Assieme a Daniel Mühlendorph avevo già fondato una casa di produzione chiamata Hyæne Film, quindi eravamo pronti a partire in quarta.  In Danimarca c’è un nuovo programma, New Danish Screen, molto importante per i giovani talenti. Hanno finanziato completamente il progetto e hanno creduto fin da subito alla storia, che abbiamo sviluppato per sei mesi. E ottieni anche uno studio visivo, così puoi registrare un paio di giorni del film e ho potuto anche cercare gli attori. Lavoravo contemporaneamente sia al copione, sia alle riprese. Diciamo che ero costantemente alle prese con la pre-produzione. Abbiamo girato per 45 giorni. Volevo che le riprese durassero a lungo. Questo aspetto, per me, è di fondamentale importanza in quanto mi piace che ci siano giorni che non seguono la tabella di marcia. Ho sempre fatto così.

(Tradotto dall'inglese da Laura Comand)

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