email print share on Facebook share on Twitter share on reddit pin on Pinterest

LECCE 2019

Francesco Rizzi • Regista di Cronofobia

“La messa in scena per me deve avere sempre una motivazione”

di 

- Abbiamo parlato con Francesco Rizzi del suo primo lungo, Cronofobia, al Festival del cinema europeo di Lecce, dove ha ottenuto il Premio speciale della Giuria e al miglior attore europeo

Francesco Rizzi • Regista di Cronofobia

Dopo i riconoscimenti ottenuti al Tallinn Black Nights Film Festival e al Filmfestival Max Ophüls Preis in Germania, Cronofobia [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Francesco Rizzi
scheda film
]
di Francesco Rizzi è stato presentato in concorso al 20° Festival del cinema europeo di Lecce, dove ha ottenuto il Premio speciale della Giuria e il Premio al miglior attore europeo, per Vinicio Marchioni. Abbiamo parlato con il regista ticinese di mystery shopping, della fobia del tempo che passa e dell’aspetto visivo del suo film. 

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

Cineuropa: Come le è venuto in mente questo mestiere misterioso per il protagonista del suo film?
Francesco Rizzi: Parte tutto da un’esperienza personale, nel mondo del mystery shopping. Quando ero a Roma e frequentavo la scuola di cinema a Cinecittà, lavoravo nei weekend per una piccola agenzia comunicazione, come promoter negli store. Un giorno il mio capo mi chiese di provare una cosa nuova: fare il cliente misterioso. Visitavo in incognito ristoranti, alberghi, negozi, fingendomi un cliente, per valutare la qualità del servizio. Dovevi studiare un copione, informarti sui prodotti, crearti un personaggio. Ho pensato che potesse essere un bellissimo spunto per raccontare una storia di identità sospese.

Un’altra motivazione per questa storia è la sensazione contraddittoria che provavo all’epoca: da una parte lo stare in costante movimento, sempre aperto al cambiamento; dall’altra, una forte nostalgia per tutto ciò che mi lasciavo dietro, il bisogno di radicarmi, di dare corpo alle piccole certezze della mia identità. Questo duplice sentimento si è incarnato nei due personaggi del film.

Che cosa indica il titolo, Cronofobia, e come si relaziona con i personaggi?
La cronofobia è la paura dello scorrere del tempo, quando gli eventi della vita ci scorrono accanto velocemente e non siamo in grado di viverli in pieno, è quel senso di disagio e di impotenza che colpisce le persone che affrontano lunghi periodi di immobilità, in spazi ristretti: una lunga convalescenza dopo un incidente oppure, soprattutto, i detenuti in prigione. I due protagonisti sono in modi diversi due prigionieri, si sono costruiti gabbie reali e mentali, l’uno per fuggire da se stesso, l’altra per cercare di resistere a un dolore insopportabile. Anche visivamente il film è disseminato di gabbie o elementi che ricordano una prigione: il grande cancello davanti la casa di Anna, la casa stessa in cui lei si è rinchiusa e congelata nel ricordo.

Ci spieghi meglio come ha lavorato sull’aspetto visivo del film.
Volevo che anche visivamente il film fosse un gioco di seduzione con lo spettatore. I due personaggi trattengono così tanto e volevo che questo fosse bilanciato dai movimenti della macchina da presa, che fosse espressiva, non neutrale. Ho lavorato poi molto sulle ambientazioni: il mondo di Michael Suter è fatto di giometrie asettiche, sono luoghi di passaggio, camere d’albergo, palestre, centri commerciali, ambienti pensati per creare un’illusione di intimità. Il concetto chiave del film è proprio questo: un’intima distanza, i due protagonisti non si conoscono mai veramente, ciò che accade è frutto di mediazione, gioco di ruolo e proiezioni. Per Anna volevamo invece un luogo che avesse una storia, un vissuto, e abbiamo trovato questa villa in stile americano anni ‘50 che ci racconta un mondo. Una volta che il gioco di ruolo si mette in moto, la casa di Anna diventa una sorta di teatro, i colori acquistano intensità, mentre il mondo di Suter ha le luci piatte.

Parliamo di Vinicio Marchioni: per questo film è stato eletto miglior attore europeo qui a Lecce.
Lo conoscevo dal personaggio del Freddo in Romanzo criminale, ho rivisto la serie tv e ho notato che quel personaggio è lo stratega della banda, parla poco, ma riflette molto. Vinicio riesce a esprimere questa densità di pensiero facendo pochi gesti, con un movimento degli occhi, è un attore capace di dare peso specifico ai silenzi. Il personaggio di Suter parla poco, ma ha un mondo interiore molto ricco e interessante da esplorare, e Vinicio era la persona giusta. Vedendolo anche a teatro e in altri film ho scoperto un attore versatile e convincente su diversi registri, con talento ed esperienza, generoso e umile.

Suter è un uomo destinato a vestire i panni di un altro?
Lui è condannato a essere un sostituto fin dalla nascita: i suoi genitori hanno perso un figlio e hanno dato a lui lo stesso nome. Ho studiato casi di questo tipo, e gli psicologi dicono che se cresci con il peso di questo paragone – perché i genitori distrutti dalla perdita involontariamente fanno paragoni – sviluppi una sorta di senso di colpa, come se non fossi degno di occupare un tuo posto nel mondo. Il meccanismo di indossare maschere e di infilarsi nella vita degli altri è quello che Suter fa naturalmente, è il suo modo di entrare in relazione con gli altri, anche con Anna sente che questa è una via per comunicare con lei. Ma quando capisce che questo suo essere il sostituto di un’altra persona è diventato un’ossessione per lei, capisce che deve liberarla, e così libera anche se stesso. Ho lavorato tanto sul fatto che nella prima parte del film Suter non è mai inquadrato al centro del frame. A mano a mano che ritrova la voglia di essere se stesso, guadagna anche il centro dell’inquadratura. La messa in scena per me deve avere sempre una motivazione.

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.

Leggi anche