email print share on Facebook share on Twitter share on reddit pin on Pinterest

CANNES 2019 Un Certain Regard

Christophe Honoré • Regista di Chambre 212

"Si ritrova in una stanza piena di uomini che vogliono parlare per lei"

di 

- CANNES 2019: Il cineasta francese Christophe Honoré parla del suo sofisticato e divertente Chambre 212, presentato al Certain Regard, a Cannes

Christophe Honoré • Regista di Chambre 212
(© Jean-Louis Fernandez)

Con Chambre 212 [+leggi anche:
recensione
intervista: Christophe Honoré
scheda film
]
, Christophe Honoré firma un racconto concettuale riflessivo, inventivo, divertente e molto ritmato su una crisi coniugale dopo 25 anni di matrimonio. Un film presentato nel programma Un Certain Regard del 72° Festival di Cannes.

Cineuropa: Perché questo tema della crisi coniugale?
Christophe Honoré: Semplicemente perché ho 45 anni, quindi sono a un'età in cui ci si chiede come si fa ad amare da molto tempo. Ed è un soggetto che ha attraversato molti film, specialmente in un cinema moderno che mi piace molto: la coppia in Rossellini, Bergman, Woody Allen... Stranamente, non ho filmato molte storie di coppie, ma spesso storie di incontri e raramente coppie stabili. Quindi era un desiderio.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

Perché ha deciso di trattarlo in questo stile ai margini della commedia assurda?
È venuto perché ho scritto il film per Chiara Mastroianni e l'ho immaginata come Cary Grant. Mi sembrava che questo registro di gioco, che è un registro molto preciso e divertito, in cui non dimentichi mai che l’attore sta recitando – ma ciò non gli impedisce di essere sincero – le corrispondesse bene. E da spettatore, le commedie americane sul tema delle seconde nozze, come quelle di Leo McCarey e George Cukor, mi hanno notevolmente influenzato, ho cercato di incrociarle con un immaginario più francese, come le commedie di Sacha Guitry, ma anche con quello che faceva Alain Resnais, che apprezzava molto il cosiddetto teatro di boulevard francese. Probabilmente è anche perché nel periodo in cui scrivevo la sceneggiatura, stavo provando uno spettacolo chiamato Les idoles, che ho scritto l'anno scorso, e ho pensato che potesse essere interessante mettere in discussione il cinema di oggi attraverso il teatro.

Il suo personaggio femminile principale incarna certi cliché che sono solitamente attribuiti agli uomini, in particolare una sessualità molto libera. È davvero una donna indipendente?
Non sono sicuro che questo personaggio femminile sia così indipendente. Noterai che quando dice a suo marito, nella sua fantasia, che ha bisogno di stare da sola, si ritrova in una stanza piena di uomini che vogliono parlare per lei. Il film prende anche in considerazione il dominio maschile su questo personaggio femminile: gli uomini vogliono parlare al posto suo. Ma poiché il film è solo una costruzione mentale del personaggio femminile, rappresentano una sorta di voce maschile interiorizzata, paternalista che la tiene intrappolata in un particolare modo di pensare. È qui che il film è più destabilizzante, spero, di quanto la storia inizialmente non sia. Per questo personaggio principale, si tratta proprio di sbarazzarsi di queste voci che la invadono. La notte è proficua per lei perché si libera della voce di sua madre che la considera solo una ragazza leggera perché ha molti amanti, e si sbarazza della voce di suo marito che le dice che in realtà non è la moglie giusta per lui. È un esercizio di emancipazione.

Come ha trovato il giusto equilibrio tra la forma del racconto e gli elementi realistici?
È stato complicato Non avevo mai girato in studio ed ero molto diffidente nei confronti dello studio. Era molto strano trovarmi a fissare un arredamento da studio, e dovermi chiedere come avrei voluto che fosse l'appartamento. Bisogna inventare tutto, quindi inevitabilmente, la messa in scena viene decisa per buona parte in quel momento. Il fatto che l’appartamento si sviluppi in lunghezza, che la camera si trovi in fondo, ecc., tutto ciò porta a idee specifiche di montaggio. Il film è stato girato in sei settimane, di cui cinque in studio. Ho avuto la fortuna di avere il mio capo operatore Rémy Chevrin che ha stranamente illuminato la strada come se fosse uno studio e ha illuminato lo studio come se fossimo in un posto naturale. Di conseguenza, le scene in studio e le scene della vita reale hanno finito con combaciare. Non c'era uno sfondo verde, per esempio, non volevo assolutamente che fosse digitale, che fosse ricreato. È vecchio stile, artigianale.

(Tradotto dal francese)

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.

Leggi anche