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CANNES 2019 Quinzaine des Réalisateurs

Shahrbanoo Sadat • Regista di The Orphanage

"Alcune persone pensano che non parli abbastanza di guerra e politica nei miei film"

di 

- CANNES 2019: La regista afghana Shahrbanoo Sadat ci parla di The Orphanage, seconda parte di una pentalogia cominciata con l'acclamato Wolf and Sheep

Shahrbanoo Sadat  • Regista di The Orphanage

Con The Orphanage [+leggi anche:
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, la regista afghana Shahrbanoo Sadat avanza nella realizzazione della sua “pentalogia” sulla recente storia turbolenta del suo paese. A partire dal villaggio di pastori del suo lungometraggio d’esordio, Wolf and Sheep [+leggi anche:
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, vincitore del premio Art Cinema Award alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes nel 2016, ci troviamo oggi trasportati per le strade di una Kabul del 1989. La pellicola sarà nuovamente proiettata alla Quinzaine des Réalisateurs.

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Cineuropa: Come sta procedendo questo suo percorso da quando Wolf and Sheep è uscito nelle sale?
Shahrbanoo Sadat: Per certi aspetti in modo positivo, per altri non così tanto. Sapevo perfettamente che tipologia di storia volevo raccontare e la direzione che volevo prendere. Dall’altro lato, però, c’è questo grande mercato cinematografico con determinate aspettative, soprattutto quando si descrive l’Afghanistan: la gente spera di vedere nuovi punti di vista, se paragonati a ciò a cui siamo abituati a vedere, un messaggio sotteso. Non volevo raccontare una storia in questo modo, così ho pensato che il pubblico potesse stupirsi, a volte in positivo ma altre volte anche in negativo. “La trama è molto interessante, ma non è questo l’Afghanistan”. Mi sono sentita ripetere questa frase da finanziatori e rivenditori, in merito a entrambi i film.

Erano esperti in materia di Afghanistan?
No, ma sicuramente grandi compratori e venditori competenti. Certe persone pensano che non parlo abbastanza di tematiche come guerra e politica nei miei film. In Wolf and Sheep, pretendevano che le donne portassero il burka. Ho cercato di spiegare loro che il burka non viene indossato nei villaggi rurali in Afghanistan. Alle volte ho l’impressione di nuotare in burrascoso mare di aspettative.

Wolf and Sheep aveva un’impronta documentarista, mentre The Orphanage sembra avere lo stile da film classico.
Mi piace tantissimo quando la gente dice questa frase! Non solo in Europa o da un punto di vista internazionale, ma perfino in Afghanistan, pensano che sia molto realistico. I personaggi in Wolf and Sheep erano reali, seppur attori dilettanti, in The Orphanage recitano alla perfezione. Questo ha rappresentato una sfida per me, principalmente perché la maggior parte di loro non era nemmeno ancora nata nel periodo rappresentato nel film.

Lei è nata nel 1991. Quali potrebbero essere stati i benefici e gli svantaggi di non aver vissuto nel 1989?
Per questo ho il mio caro amico Anwar, che interpreta anche il ruolo del cordiale direttore dell’orfanotrofio. Si è occupato di tutto lui, dai costumi alle scenografie, dandomi sempre consigli molto utili su quel periodo. “Non era così a quel tempo, devi cambiarlo” e così via. Però non viene dal mondo del cinema, magari aveva grandi idee su cosa andasse bene per la realtà e non per la finzione. Ed è qui che subentro io.

Quando parla di Anwar intende Anwar Hashimi, i cui diari hanno ispirato le storie. E Qodrat, il suo giovane protagonista, è Anwar nella realtà, giusto?
Esattamente. E Sediqa, la ragazza, sono io, più o meno. In realtà, ci sono 18 anni di differenza tra me e Anwar, ma veniamo veramente dallo stesso villaggio. In Wolf and Sheep, ho ridotto la differenza, rendendoci quasi della stessa età. È possibile vedere sia Qodrat che Sediqa in The Orphanage. Per quanto poco sviluppati come soggetti, sono rimasti molto simili al primo capitolo, non solo gli attori ma soprattutto i personaggi.

Ha pianificato almeno cinque film basati sui diari di Anwar. Cosa ci dobbiamo aspettare nel sequel?
Molte vicende che potranno sembrare più strane della finzione ma che sono accadute realmente e che fanno parte della storia dell’Afghanistan, viste però da una prospettiva unica. È una pellicola poetica e politica, ma anche onesta e semplice. Anwar, come dirà direttamente lui in prima persona, non è uno scrittore, né proveniente dal mondo dello spettacolo o un attore, anzi odiava rivedersi sul grande schermo. Tuttavia il modo in cui descrive la sua vita e il suo paese è esattamente il modo attraverso cui volevo impormi come regista. La mia esperienza unita alla sua.

Cosa possiamo aspettarci dal prossimo o dai prossimi film?
Mi piace giocare con i generi. The Orphanage gioca con Bollywood, il prossimo potrebbe anche essere un horror. Risale a un periodo ancora precedente l’inizio di Wolf and Sheep, quando il nostro piccolo protagonista ha solo 4 anni. Il quarto film sarà incentrato su Qodrat nel campo rifugiati in Iran e il quinto nel centro talebano nel 1996. Vorrei anche realizzare un libro, basato sui diari di Anwar. Sarà di 800 pagine e dovrà essere tradotto fedelmente e verosimilmente. Questa versione sarà molto differente dalla mia versione cinematografica. Sia leggere che vedere i film sarà un’esperienza molto interessante.

(Tradotto dall'inglese da Carlotta Cutrale)

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