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Paul Tunge • Regista di Du

"Ho optato per una narrazione circolare rispetto a una forma lineare tradizionale"

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- In occasione del terzo Oslo Pix Festival, il regista norvegese Paul Tunge ci ha parlato del suo quarto lungometraggio Du, un film indipendente selezionato per la competizione ufficiale

Paul Tunge • Regista di Du

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ci presenta una coppia che si trova ad affrontare la complessità della propria relazione: un uomo e una donna in preda alle loro frustrazioni, i cui sguardi si evitano e le cui parole suonano vuote. Sono forse giunti a un punto cruciale della loro convivenza, come sembrano suggerire i primi piani insistenti, il sovrapporsi di scene apparentemente ripetitive, il formato quadrato che intrappola, soffocandoli, i due personaggi? La trama si svolge in un ambiente fiabesco che si presta a smentire un tono drammatico punteggiato da qualche tocco di umorismo forse solo in apparenza involontario. Du fa parte dei titoli in concorso alla terza edizione di Oslo Pix (3-9 giugno), ed è la terza volta che il suo regista, il norvegese Paul Tunge, partecipa al festival. Il film, prodotto insieme ad Alexander Kristiansen per la casa di produzione Filmavdelingen A/S, gareggia anche all’interno della nuovissima sezione del festival dedicata al cinema indipendente norvegese.

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Cineuropa: Du... un titolo breve, diretto, allo stesso tempo dolce e aggressivo: perché ha scelto di chiamare così il suo quarto lungometraggio? È una sfida al pubblico, un modo di scuotere le coscienze?
Paul Tunge:
È il titolo internazionale. Questa parolina norvegese non significa altro che “tu”. È come un punto di domanda, forse ambiguo; ma soprattutto si tratta di un termine che mi fa venire in mente un modo di parlare un po’ vago, di prendere le distanze.

Di cosa vive?
Per guadagnarmi da vivere e finanziare i miei film partecipo regolarmente a diversi progetti di cinema, di solito in qualità di set manager o di assistente alla regia. Direi che sono ben organizzato. Essere limitati a livello economico significa dover pensare in fretta e agire in fretta, non c'è tempo di tergiversare. Ma la semplicità dei mezzi d'espressione imposti da un budget ristretto non cambiano necessariamente la ricchezza del contenuto, anzi, le devo una maggior libertà e anche una certa forma di purezza alla quale aspiro, determinante per realizzare un film minimalista come Du.

In che senso lo definisce “minimalista”?
Tre soli tecnici, i due attori Maria Grazia Di Meo e Jørgen Hausberg Nilsen, ed io. Peraltro, ho fatto quasi tutto io, tranne la calibratura e il sound design. Una decina di ore per la stesura, due giorni di viaggio, cinque di riprese realizzate con una camera C300, due settimane per il montaggio. Un’ambientazione domestica ridotta allo stretto necessario. Niente musica. Aggiungo di essermi fatto ispirare dal manifesto Dogma95 stilato da Lars von Trier e Thomas Vinterberg.

È un regista molto attento alla struttura del film.
È fondamentale. La trama non si svolge in ordine cronologico. Ho optato per una narrazione circolare rispetto a una forma lineare tradizionale. Ho scelto di non elaborare troppo lo script, e dal momento che gli stessi attori non sapevano mai esattamente in quale punto della storia si trovassero mentre recitavano una scena, a volte la cosa li metteva in imbarazzo, si creava una leggera inquietudine. Forse si tratta di un modus operandi un po’ destabilizzante, lo ammetto, ma mi permette di conservare una freschezza benefica, di rinnovare dentro di me la gioia della creazione. Visto che passavamo insieme la maggior parte del tempo e le giornate di riprese erano davvero lunghe, si è innescata una certa dinamica, una rinnovata motivazione che ho particolarmente apprezzato.

Possiamo parlare dei suoi temi ricorrenti?
Non ho alcun tema ricorrente. Non mi piace sbandierare verità definitive. E d’altro canto non ho risposte da offrire o soluzioni da proporre. Sono sempre in movimento, in continua evoluzione. Anzi, non cerco nemmeno di sollevare problemi o fare domande. Il senso di Du non è quello di parlare di una specifica relazione umana.

Perché, allora, ha realizzato questo film?
Il rapporto con i personaggi mi permette non tanto di analizzare, quanto di suggerire alcuni meccanismi predominanti nelle nostre società occidentali: l’egoismo, il narcisismo, la corsa al successo, i ruoli che in molti sono costretti a recitare. Ho voluto mostrare, ad esempio, come il cellulare e i social network possano essere dannosi per i rapporti umani, da cui troppo spesso svaniscono la sincerità, il rispetto reciproco e l’amore, in un mondo superficiale e pieno di banalità in cui tendiamo a privilegiare l’ “io” piuttosto che il “noi”. Ho anche voluto evidenziare le nostre contraddizioni, la difficoltà che hanno i personaggi nel comunicare. Ma quello che mi interessa di più è la forma, e volevo innanzitutto fare di Du un film dotato di ambizioni artistiche e di un intento estetico, un film che uscisse dai sentieri battuti.

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(Tradotto dal francese da Michela Roasio)

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