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VENEZIA 2019 Fuori concorso

Carolina Rosi e Didi Gnocchi • Registi di Citizen Rosi

"Mio padre era convinto che un film potesse migliorare la società"

di 

- VENEZIA 2019: Didi Gnocchi e Carolina Rosi hanno parlato con noi del loro documentario personale sul regista Francesco Rosi, Citizen Rosi

Carolina Rosi e Didi Gnocchi  • Registi di Citizen Rosi

Un periodo fondamentale del cinema italiano così come, su scala maggiore, della storia italiana viene rappresentato nel documentario personale di Didi Gnocchi e Carolina Rosi sul regista Francesco Rosi (1922-2015). Citizen Rosi [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Carolina Rosi e Didi Gnocchi
scheda film
]
è stato proiettato in anteprima internazionale fuori Concorso alla 76esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

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Cineuropa: Com’è stato concepito il vostro documentario su Francesco Rosi?
Carolina Rosi:
Quando abbiamo iniziato a guardare i film di mio padre e abbiamo sentito la loro potenza ci è venuta un’idea nuova. Inizialmente l’idea aveva una forma più tradizionale, ma poi abbiamo deciso di parlare dei recenti eventi della storia italiana dal punto di vista dei suoi film. Quando abbiamo cominciato mio padre era vivo, e sarebbe stato lui il collante di tutto. Ma è morto durante le riprese, quindi abbiamo deciso che io mi sarei trasformata nel denominatore comune. Ora ho due ruoli: la figlia del soggetto principale, e colei che spiega i retroscena del film per quanto riguarda gli eventi italiani.

Didi Gnocchi: Prima di tutto sono una giornalista. Ho lavorato con un’altra collega, Anna Migotto, che per tanto tempo si è occupata di temi legati al crimine organizzato. La mia competenza risiede nella storia italiana, e ho fatto ricerche estensive per ottenere il materiale relativo alle diverse tematiche mostrate nel film. Ho analizzato ciò che accadde effettivamente durante il periodo in cui i film furono realizzati e ciò che descrissero. Quindi io e Anna abbiamo fatto il lavoro giornalistico. Carolina è la memoria di suo padre sul set e anche la memoria della persona sensibile che era.

Nel documentario ci sono filmati del papà Francesco e della figlia Carolina che guardano insieme i film. Con questo progetto deve aver visto i film di suo padre da una prospettiva piuttosto nuova: un’esperienza emozionante e anche impegnativa, no?
C.R.:
Moltissimo. Avevamo posizionato una piccolo videocamera dal divano mentre guardavamo i film. È diventato un ricordo molto prezioso. Per un anno ci siamo ritrovati a guardarli e quell’anno trascorso insieme – parlando dei film, mentre io lo ascoltavo – per me è stata la prima volta in cui ho approfondito così tanto la sua filmografia. Era tutto molto naturale, semplicemente seduti a cercare di coglierli fino in fondo. In quel momento ho veramente capito quanto fossero potenti.

Secondo lei perché il cinema di Rosi e di altri giovani registi italiani che emersero negli Anni 60 ebbe un tale impatto?
D.G.:
Perché si stava costruendo una democrazia. L’Italia cominciava a crescere dopo la Guerra e quest’epoca incapsula perfettamente ciò che stava accadendo. Lo scrittore Raffaele La Capria sostiene che la cultura sia un elemento fondamentale per la costruzione di una democrazia. E la cultura era il cinema, la letteratura, l’arte e il design. Di questi tempi probabilmente le persone non hanno la sensazione che senza di essa non potrebbero sopravvivere. Motivo per cui oggi la cultura ha un peso molto diverso.

Quindi cosa è cambiato nel cinema italiano da allora?
C.R.: Il cinema italiano di oggi non scaturisce più da pensieri contenenti una morale o un’etica. Può essere in grado di narrare molto bene ciò che accade nel Paese, ma la narrazione non è supportata da un punto di vista con un sentimento etico. I registi hanno abbandonato l’idea che gli intellettuali abbiano un ruolo nella società: un ruolo che aiuti a costruire le fondamenta della democrazia. Mio padre era convinto che un film potesse migliorare la democrazia.

I suoi film – Salvatore Giuliano, Il caso Mattei and Cristo si è fermato a Eboli, per nominarne alcuni – sono ancora essenziali, vero?
C.R.: Assolutamente, e molto attuali. Sembra che non sia cambiato nulla, sfortunatamente. In parte è ciò che vogliamo far notare. La situazione che stiamo vivendo non è così dissimile da quella di 40 o 50 anni fa. Inoltre, per sfortuna, oggi solo le persone del nostro piccolo mondo di cultura del cinema conoscono mio padre e la sua generazione. Quelli al di fuori, e i giovani, non sanno nulla di loro. Non parlo solo di Rosi, ma anche Rossellini, De Sica e addirittura Fellini. Nulla.

D.G.: Inoltre, al tempo, le persone arrivavano al cinema da un altro tipo di esperienza o professione. Oggi arrivano dritti al cinema. È come se fosse un campo a monocoltura.

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(Tradotto dall'inglese da Gilda Dina)

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