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TORONTO 2019 Discovery

Maria Sødahl • Regista di Hope

"Non si dovrebbe mai dare per scontato l'amore"

di 

- Abbiamo incontrato la norvegese Maria Sødahl per parlare del suo Hope, storia di un amore emotivamente fragile, in anteprima a Toronto

Maria Sødahl  • Regista di Hope
(© Motlys/Agnete Brun)

Il secondo film della sceneggiatrice e regista norvegese Maria Sødahl, intitolato Hope [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Maria Sødahl
scheda film
]
, ci propone una fragile storia d’amore autobiografica e molto emozionante. Dopo la presentazione in anteprima della pellicola nella sezione Discovery del 44° Festival internazionale del cinema di Toronto, abbiamo chiesto alla regista quali aspetti della sua vita abbiano trovato spazio nell’opera, abbiamo parlato dell’impatto che un evento tragico può avere e della scelta di scritturare Andrea Bræin Hovig e Stellan Skarsgård per incarnare se stessa e suo marito, Hans Petter Moland, regista come lei.

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Cineuropa: Hope è un film autobiografico; quanto è stato difficile per lei dipingere i tratti di una storia tanto privata e personale? Quali sono gli insegnamenti che si aspetta il pubblico possa trarne?
Maria Sødahl
: Durante la scrittura di Hope ho dovuto cercare di evitare di avere un approccio troppo introspettivo. Per essere più precisa, volendo condividere degli aspetti della mia vita che sono tanto privati da non permettermi forse neanche di svelarli a me stessa, era necessario trovare il giusto equilibrio; un equilibrio che mi permettesse di ottenere una storia che fosse personale e non privata. Durante la stesura della sceneggiatura mi sono venute inevitabilmente in mente delle scene molto grezze ed esplicite, scene verso le quali è difficile rimanere indifferenti. Desideravo lasciare entrare gli spettatori in un mondo in cui si potessero identificare con azioni ed emozioni poco lusinghiere, senza però vergognarsene. Volevo che il tema e i personaggi ruotassero attorno a dei problemi che potrebbero mettere in dubbio la loro prospettiva sulle scelte che fanno nella loro vita.

Come si è sentita quando ha scritturato Andrea Bræin Hovig e soprattutto Stellan Skarsgård, un amico suo e di suo marito, per interpretare rispettivamente se stessa e il suo compagno?
Nella fase di casting, il progetto era già stato romanzato. Non avevo mai avuto intenzione di chiedere a due attori di “essere” me e mio marito. Per evitarlo ho dato loro due professioni diverse da quelle reali e ho aumentato il gap generazionale tra i due. Non sono poi molto lontani da quello che siamo noi nella vita reale, sono spiriti liberi e con un forte senso artistico come noi, ma sono abbastanza diversi da non assomigliarci esteticamente. Perciò ho scelto loro due semplicemente perché convinta che fossero gli attori migliori, i più talentuosi per questa pellicola. Ho pensato che la loro sarebbe stata una coppia un po’ strana, ma allo stesso tempo affascinante. Non li avevo neanche mai visti insieme di persona, o davanti alla cinepresa, prima che ottenessero le parti. Insomma, non c’è neanche bisogno di dire che il nostro primo incontro, con tutti e tre presenti, è stato caratterizzato da un misto di paura e curiosità.

Quanto sono vicini questi personaggi alla realtà?
Per quanto riguarda la loro vicinanza a quanto è effettivamente accaduto, beh, posso dirti che molte loro azioni sono piuttosto simili, tranne che per il modo in cui i due attori interpretano le situazioni. Stranamente non ho mai pensato a loro due come se fossero noi. Fortunatamente Stellan e Andrea hanno reinventato la sceneggiatura in un certo senso e posto l’accento su nuovi dettagli, conferendo ai personaggi un’energia e una personalità tutta propria.

Invece di “offrire” ai suoi personaggi una tipica crisi di mezza età, che li costringerebbe ad apportare dei cambiamenti alle proprie vite, tutto avviene a causa di un evento tragico, ma incisivo. Questi cambiamenti radicali che affrontano sono solo il risultato dell’enorme pressione sotto cui si trovano? I suoi protagonisti avrebbero potuto fare qualcosa prima tutto accadesse?
Questa in realtà è parte della storia, come capiamo quando Anja dice a Thomas: “Avevi bisogno davvero di una condanna a morte per fare la cosa giusta, quando ormai è tutto finito?”. Credo che questa coppia in qualche modo avesse bisogno di questa pressione per riuscire ad agire, per essere capaci di perdonarsi a vicenda, una capacità che reputo essenziale se si desidera imparare e tornare a provare amore dopo una lunga vita passata insieme. Detto questo, non augurerei a nessuno di dover fare i conti con la possibile diagnosi di un cancro terminale per ricucire una relazione che non funziona più.

Pensa che più persone verranno ispirate da questa storia, o che perlomeno potranno trovarvi motivazioni nuove?
Sono ben lontana dall’essere una missionaria. Tuttavia, tutto ciò che riesce a darci una svegliata e che rispecchia le nostre esperienze ed emozioni non può far male.

È chiaro che in questa relazione complessa e disfunzionale tra Anja e Tomas l’amore sia venuto meno quasi del tutto, o che comunque stia svanendo. C’è ancora speranza per loro?
C’è sempre speranza, ma gli consiglierei di non adagiarsi sugli allori. Non si deve mai dare l’amore per scontato.

(Tradotto dall'inglese da Emanuele Tranchetti)

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