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Metod Pevec • Regista di I Am Frank

"La sinistra europea non è sicura del suo pensiero ed è imbarazzata per le sue radici marxiste"

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- Abbiamo parlato con Metod Pevec, una delle principali voci della prima generazione di registi emersi dopo che la Slovenia ha ottenuto l'indipendenza, sul suo film I Am Frank

Metod Pevec • Regista di I Am Frank
(© Katja Goljat/Matjaž Rušt/FSF archive)

Uno dei primi registi sloveni a girare un lungometraggio dopo la dissoluzione della Jugoslavia, Metod Pevec rimane ancora oggi uno dei più importanti registi sloveni. Ha iniziato la sua carriera cinematografica negli anni Settanta come attore in Strawberry Time e See You in the Next War di Živojin Pavlović nel 1980. Dall'inizio degli anni Novanta Pevec ha scritto e diretto diversi importanti film di finzione e documentari sloveni, tra cui Beneath Her Window e Home [+leggi anche:
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presentato per la prima volta al Sarajevo Film Festival nel 2015.

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Il 22° Slovenian Film Festival a Portorose si è aperto proprio con il lungometraggio macedone-sloveno I Am Frank. In questo suo lavoro Pevec, continua a esplorare la sua preoccupazione per gli effetti della transizione sulle persone provenienti dai margini della società slovena, questione che aveva già precedentemente affrontato nel suo documentario Home. Incorniciato come una storia di due fratelli con differenze personali e ideologiche, il film affianca il socialismo idealista al neoliberalismo nichilista attraverso i suoi due personaggi principali. Cineuropa ha incontrato il regista a Portorose per discutere del film e delle sue produzioni cinematografiche in generale.

Cineuropa: Il protagonista di I Am Frank, ritratto da Janez Škof, è un idealista, un uomo di sinistra con valori socialisti, un po' perplesso dalla realtà del mondo contemporaneo. Lei stesso è cresciuto nella Jugoslavia socialista: c'è un elemento autobiografico nella storia?
Metod Pevec: Ho studiato Filosofia e Letteratura comparata. Le teorie marxiste hanno avuto un ruolo di primo piano nei nostri studi; tuttavia, siamo stati istruiti da un professore che ne ha parlato con una certa spensieratezza, il che mi ha reso davvero un sostenitore. Il fatto è che molte cose semplicemente non funzionavano in quella società, quindi non direi che ho cercato di riprodurre la stessa filosofia nel mio film. Tuttavia, credo fermamente che la società di oggi abbia bisogno di una critica più marcata e articolata – cosa che il marxismo ha ben fatto, almeno nella prima era capitalistica. Il tardo capitalismo, invece, è il capitalismo che ha vinto – il blocco orientale e i suoi esperimenti socialisti hanno fallito. Proprio per questo abbiamo bisogno di una resistenza organizzata, di una critica coerente e persistente con una forte base politica. Purtroppo, la sinistra europea è debole e manca di fiducia in questo momento. È essa stessa insicura del pensiero di sinistra e imbarazzata delle proprie radici marxiste.

Come regista, cosa la motiva a raccontare storie provenienti dai margini della società, come ha fatto ad esempio nei suoi ultimi due film Home e I Am Frank?
Sono un figlio del proletariato, cresciuto in un sobborgo popolare di Lubiana. Abitavo in un condominio costruito per i lavoratori delle ferrovie, mentre quello adiacente apparteneva alla cooperativa agricola. Ho tenuto stretta quella parte dell'anima da lavoratore. Ho sposato la figlia di un medico e di un'infermiera, e non c'era differenza tra le nostre famiglie. La società di oggi è molto più stratificata. Quindi credo sia un'affinità con il mondo in cui sono cresciuto.

L'attrice del suo film, Katarina Čas, ha detto che a volte le è stato difficile interpretare un personaggio femminile così passivo. Potrebbe parlarci un po' dei suoi personaggi femminili in generale?
Anche se è apatica e dipendente, in realtà è proprio il personaggio di Katarina che decide il risultato del film. A dire il vero, ha dovuto comunicare molto senza potersi affidare a dialoghi brillanti, a volte persino senza usare parole. Ma confrontando i miei personaggi femminili e maschili in generale, mi sembra che quelli femminili funzionino come la metà migliore e più sana dell'umanità. Purtroppo, i personaggi dei film, anche quelli femminili, non possono e non devono essere migliori delle donne nella vita reale. Spero che l’emancipazione non significhi proibire agli autori maschi di parlare di donne tossicodipendenti, perdenti e altri personaggi imperfetti.

Come regista di documentari e di fiction, potrebbe parlarci dei due diversi approcci?
Può sembrare strano ma la gente ha un desiderio segreto per la confessione. La Chiesa se n’è resa conto e ne ha approfittato molto tempo fa. La cinepresa ha lo stesso effetto: la gente dice cose che non avrebbe detto se non fosse stata sedotta da essa. Questo significa che come documentarista, hai una grande responsabilità. Ci sono stati momenti in cui ho deciso di tagliare alcune scene – forse la persona sarebbe stata in una situazione di vita completamente diversa dieci anni dopo il film, ma sarebbe rimasto lo stesso. Quello che hanno detto con tanta facilità allora, sarebbe potuto diventare un peso in futuro.

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(Tradotto dall'inglese da Elenia Buono)

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