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SUNDANCE 2020 Concorso World Cinema Dramatic

Visar Morina • Regista di Exile

"Volevo mostrare la sensazione di essere imprigionati nel proprio punto di vista"

di 

- Abbiamo parlato con il regista tedesco Visar Morina in occasione della prima mondiale del suo lungometraggio Exile al Sundance Film Festival

Visar Morina  • Regista di Exile
(© Maria Asselin-Roy/Sundance Institute)

Il regista tedesco Visar Morina ha presentato il suo nuovo film, Exile [+leggi anche:
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, nel concorso World Cinema Dramatic del Sundance. In esso, il cineasta segue un uomo in un viaggio alimentato dalla paranoia, creando un microcosmo opprimente che produce un effetto universale. Il suo personaggio principale è un immigrato che crede di essere mobbizzato dai suoi colleghi a causa delle sue origini non tedesche. Exile prenderà anche parte alla prossima Berlinale, nella sezione Panorama.

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Cineuropa: Come ha sviluppato la storia?
Visar Morina:
È stato tutto molto veloce. All'inizio, c'era una certa atmosfera che volevo riprodurre più che una vera storia. Avevo in mente alcune scene e immagini, e in tre mesi avevo completato la sceneggiatura. Per concepire il personaggio principale, ma anche per gli altri ruoli, ho preso certe qualità e peculiarità delle persone che conosco o che ho incontrato a un certo punto della mia vita. Per me era importante creare un essere umano con imperfezioni per consentire un ritratto più realistico della persona. Nessuno è completamente buono o completamente cattivo, proprio come nella vita reale, e mi piacciono tutti i miei personaggi per diversi motivi.

Il personaggio principale, Xhafer, è in effetti qualcosa di simile a un antieroe.
In realtà, non direi. È interessante vedere quali aspettative il pubblico abbia in molti casi. Gli standard in base ai quali viene giudicato un personaggio di un film sono spesso molto stretti. A volte penso che se la gente giustificasse il comportamento delle persone intorno a sé allo stesso modo, rimarrebbero solo persone buone. Come ho detto prima, commettere errori è solo una parte del processo.

Exile parla di paranoia: la paranoia del personaggio principale e quella dei suoi colleghi. Ma sembra che lei stia anche parlando di paranoia su una scala più ampia, quella di un'intera società. Qual era il suo intento?
Concordo sul fatto che viviamo in tempi paranoici, e questo è particolarmente vero per la società tedesca, che conosco meglio. Abbiamo vissuto un radicale cambiamento di atmosfera: prima, nel 2015, eravamo convinti della necessità di aiutare i rifugiati e ci sentivamo bene rispetto a questo. Successivamente, nel 2016, tutto è cambiato radicalmente. Gli assalti contro le donne alla vigilia di Capodanno da parte di uomini arabi hanno spinto l'opinione pubblica in una direzione ostile, e questa è un'opinione che è stata modellata e alimentata dai media e, in definitiva, dalla politica. Da allora in poi, ci sono state solo brutte parole per le persone che simpatizzavano con i "rifugiati". Un livello base di diffidenza è stato applicato agli stranieri in generale. È questo stato d'animo che mi interessava e che volevo esprimere. Con Exile, volevo mostrare la sensazione di essere imprigionati nel proprio punto di vista, il che rende ciechi a tutto il resto.

Come ha trovato il suo protagonista?
È stato molto difficile trovarlo. L'attore doveva parlare molto bene il tedesco, ma con un accento marcato e doveva avere l'età giusta. Ho avuto lo stesso problema nel trovare i bambini che interpretano i figli degli immigrati per il mio film precedente [Father [+leggi anche:
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del 2015], ma qui, penso che non ci fossero più di 50 o 60 attori che soddisfacessero i criteri. Quindi è stato un grande colpo di fortuna trovare Mišel Matičević per il ruolo: ha fatto un ottimo lavoro.

In sostanza, la trama si concentra su alcuni spazi interni che diventano rapidamente claustrofobici e costrittivi. Qual era il concetto visivo complessivo?
Per me, tutto andrebbe ridotto il più possibile. La ripetizione è molto importante per me, ad esempio nei costumi, nelle decorazioni e nei temi. Uno dei miei sogni sarebbe quello di ripetere il primo secondo di un film per oltre due ore, se possibile. In questo senso, mi sento influenzato da autori come Beckett. Volevo alternare stanze completamente vuote a stanze completamente piene; i corridoi dell'edificio erano molto importanti per evocare un senso di intricatezza. Ho lavorato molto intensamente con il mio scenografo, Christian Goldbeck, per creare quanti più contrasti possibili.

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(Tradotto dall'inglese)

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