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BERLINALE 2020 Forum

Javier Fernández Vázquez • Regista di Anunciaron tormenta

“Per me, la messa in scena è politica”

di 

- BERLINALE 2020: Javier Fernández Vázquez si interroga con Anunciaron tormenta, il suo primo lungometraggio documentario da solista, sulla versione ufficiale della storia coloniale spagnola in Africa

Javier Fernández Vázquez • Regista di Anunciaron tormenta

Il regista, ricercatore e professore Javier Fernández Vázquez (Bilbao, 1980), membro del collettivo Los Hijos, presenta nella sezione Forum della Berlinale 2020 Anunciaron tormenta [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Javier Fernández Vázquez
scheda film
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, un documentario che mette in discussione la storia coloniale spagnola ufficiale, in particolare nella Guinea Equatoriale. Abbiamo parlato con lui poco prima del suo viaggio nella capitale tedesca.

Cineuropa: Quale motivazione personale l’ha portata in Guinea, o era solo un motivo scientifico?
Javier Fernández Vázquez:
Non era una motivazione personale, nel senso che la mia famiglia o io non avevamo alcun legame con la Guinea Equatoriale. L'interesse per questo territorio è nato una decina di anni fa, mentre studiavo la storia dell'antropologia culturale e ho iniziato a leggere della riflessione che molti antropologi hanno lanciato sulla collusione della disciplina con il colonialismo, di solito autori inglesi o francesi. Cercando di trovare informazioni su questa questione nella bibliografia sulla Guinea Equatoriale, l'unico territorio dell'Africa sub-sahariana controllata dagli spagnoli, mi sono trovato di fronte all'oblio quasi diffuso di ciò che è accaduto in quel periodo. Questo fatto si è sommato al mio interesse per i problemi che la Spagna ha con la sua memoria storica. Ho visto che la storia coloniale non faceva eccezione. Il mio primo viaggio lì è stato con il collettivo Los Hijos, per girare parte di Árboles. Dopo quell'esperienza e il legame che ho sviluppato con il luogo, ho pensato di dover tornare e di continuare a indagare su questo oblio o indifferenza che c’era in Spagna.

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Come sono andate le riprese? Quali difficoltà ha incontrato?
Sebbene alcune immagini provengano da quel viaggio con Los Hijos nel 2012, ci sono stati altri due periodi di riprese in Guinea Equatoriale, già con questo progetto in mano. Il primo, nel 2014, in cui ho ottenuto la maggior parte delle immagini di alcuni dei luoghi mostrati nel film e ho potuto verificare se i fatti trattati – la morte di Esáasi Eweera – facessero parte di una sorta di memoria storica giunta fino ad oggi. È stato un viaggio in cui ho avuto il sostegno del Centro culturale spagnolo di Malabo e ho ottenuto il permesso di girare, qualcosa di molto complicato, dal momento che è un regime che non consente la libertà di movimento e ottenere un visto è complicato se non c'è un supporto istituzionale spagnolo. Il secondo viaggio è stato nel 2018 e, grazie allo scrittore Justo Bolekia Boleká, che appare con sua figlia nel film, sono stato in grado di entrare in contatto con persone molto gentili che mi hanno raccontato tutto ciò che avevano sentito di Eweera dalle generazioni precedenti. Lì sapevo già che c'era abbastanza materiale. Questo viaggio, tuttavia, è stato più complicato poiché ho ottenuto il permesso di girare solo nella capitale. È stato sempre nel 2018, durante due giorni di riprese a Madrid, che abbiamo filmato gli attori spagnoli e le letture dei testi in studio. Ma la difficoltà principale è stata quella di finanziare il film, cosa che ho potuto risolvere solo quando ho ottenuto un aiuto per la creazione artistica del municipio di Madrid nel 2017.

Ci sono molti registi che mettono in discussione la storia ufficiale. Considera il suo come un film politico? È importante soprattutto oggi mettere in discussione ciò che è dato per stabilito?
Penso di sì. C'è una presa di posizione a favore dei racconti orali, dei discorsi che mettono in discussione il potere, in questo caso, il potere coloniale che ha prodotto quei documenti ufficiali (e che di per sé contengono enormi contraddizioni, alcune quasi comiche). E, ad esempio, ma non solo, il modo in cui posiziono la camera e inquadro i soggetti che leggono (di spalle, di profilo o di fronte), a seconda dell'origine del testo, è una presa di posizione. Per me, la messa in scena è politica. È sempre importante mettere in discussione ciò che è stato stabilito, ma ora, con un'ondata reazionaria nazionalista che avanza in Europa, più che mai. I discorsi lanciati dalla destra che rivendicano, ad esempio, la "bontà" dell'impero spagnolo, disprezzando e dimenticando le atrocità commesse, sono pericolosi. È un doppio insulto alla dignità di coloro che sono stati colonizzati.

Come insegnante, trasmette agli studenti l’importanza del cinema come strumento sociale?
Cerco di farlo il più possibile, collegando le tecniche e il linguaggio audiovisivo con l'effetto che può causare allo spettatore e, nel caso dei documentari, ai soggetti che vi compaiono. Ma non mi concentro solo sul cinema ma su tutti i tipi di prodotti audiovisivi, perché penso che arricchisca l'apprendimento.

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(Tradotto dallo spagnolo)

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