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BERLINALE 2020 Panorama

Guillaume Brac • Regista di À l'abordage

"Le questioni politiche e sociali passano di soppiatto, dietro una parvenza di leggerezza e commedia"

di 

- BERLINALE 2020: Il regista francese Guillaume Brac racconta la genesi del suo delizioso i>À l'abordage, presentato al Panorama

Guillaume Brac • Regista di À l'abordage

Rivelatosi con Tonnerre [+leggi anche:
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, successivamente apprezzato per Contes de juillet [+leggi anche:
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e il documentario L’Île au trésor [+leggi anche:
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, il cineasta francese Guillaume Brac ritorna con À l’abordage [+leggi anche:
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, opera presentata nella sezione Panorama della 70ma Berlinale.

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Cineuropa Survey 2020

Cineuropa: Quale tematica cercava di esplorare in À l’abordage?
Guillaume Brac: Come in quasi tutti i miei film, vi è come una porta di ingresso uno spazio che funge da parvenza di intrigo sentimentale, di desiderio e amore contrastato. Ma, in realtà, ciò che mi interessava erano piuttosto le relazioni tra i diversi tipi di giovani, diversi mondi sociali e culturali. Dopo alcuni incidenti di percorso, queste giornate estive riuniscono dei giovani che probabilmente non avrebbero mai dovuto conoscersi, e che riescono finalmente (almeno per quanto riguarda il trio di ragazzi) a stabilire un rapporto di cameratismo e quasi di amicizia.

Quali sono i contesti sociali che ha voluto rappresentare?
Anzitutto ci sono coloro che lavorano, Félix e Chérif, uno nell’assistenza delle persone come una sorta di infermiere, l’altro come impiegato nel magazzino di un supermercato. Volevo immergere in una Francia vacanziera questi due giovani, che si sospetta non vadano spesso in vacanza, perché non fa parte della loro cultura. In modo più generale, volevo anche immergere questi due giovani neri in un mondo e in un cinema in cui non sono accolti così facilmente. La questione razziale non è affatto centrale nella storia, ma essa influenza le relazioni tra i personaggi. È questo l’equilibrio sottile che ho cercato di raggiungere con gli attori, sapendo che non ho scritto i ruoli e poi ho fatto il casting: prima ho incontrato gli attori, dopo ho scritto per loro. Tutto è cominciato con una commissione del direttore del Conservatorio Nazionale d’Arte Drammatica di Parigi di scrivere per una classe di giovani attori. Quando li ho incontrati, ne ho scelti una dozzina su trenta, e sono rimasto colpito dal fatto che questa classe fosse quasi una fotografia della società francese e il riflesso della sua diversità.

Senza essere un documentario, il film ha una sorta di substrato documentaristico.
Il mio primo incontro con questi giovani attori è consistito in discussioni individuali della durata di una o due ore ciascuno su alcuni argomenti molto personali: i loro percorsi, la loro infanzia, le loro frustrazioni, i loro sogni, ecc. I personaggi sono nati da questi scambi che hanno risvegliato la mia immaginazione. Inoltre, c’era anche il fatto che tutti sono giovani attori, con pochissima esperienza cinematografica, quindi farli virare verso ruoli più complessi, credo non sarebbe stato nei loro interessi. Abbiamo dovuto fare affidamento sulla loro giovinezza, la loro energia, il loro linguaggio, i loro codici, ecc.

Dalla commedia, che rasenta lo slapstick, al realismo sociale, al sentimentalismo: è cosi facile trovare un equilibrio nella mescolanza/commistione tra i generi?
Cerco di trovare in quasi tutti i miei film quell’equilibrio che mi appassiona, mi rapisce, tra risata e le cose più stridenti, forse più violente. Questo è il film in cui mi muovo in modo più franco nella commedia. Le situazioni possono essere comiche con delle incomprensioni, anche elementi di slapstick, ma ci sono anche momenti più dolorosi e una sorta di malinconia attraversa tutto il film. Nel contrasto tra questo biondino Édouard, in bermuda, leggermente teso, e questi due tipi che lo circuiscono un po’, c’è stato subito un antagonismo di classe abbastanza divertente, ma a tratti piuttosto spiacevole. Perché Félix parla in termini abbastanza duri quando dice di non sopportare la faccia da chierichetto di Édouard e, al contrario, Édouard parla di persone poco istruite. In realtà è molto aggressivo. Quello che mi interessava, era che l’incontro tra questi tre ragazzi provocasse situazioni davvero divertenti e mettesse anche in evidenza la difficoltà per questi mondi di incontrarsi e di convivere armoniosamente.  Lo scopo del film era mostrare proprio questo tipo di piacere che finiamo per provare nello stare insieme.

La leggerezza è il modo ideale per affrontare le questioni serie?
È come una forma di cortesia. La frontalità dei personaggi può piacermi in alcuni registi come Gérard Blain o Robert Bresson, ma per i miei film, ho bisogno che le questioni politiche e sociali passino di soppiatto, dietro una parvenza di leggerezza e commedia.

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(Tradotto dal francese da Chantal Gisi)

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