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BERLINALE 2020 Panorama

Aneil Karia • Regista di Surge

"Volevo che il film fosse soprattutto una sorta di cammino esperienziale, piuttosto che una storia governata dalla trama"

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- BERLINALE 2020: Abbiamo incontrato la sceneggiatrice e regista britannica Aneil Karia per parlare di Surge, degli spazi urbani e delle frustrazioni della società moderna

Aneil Karia  • Regista di Surge
(© Protagonist Pictures)

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è il primo lungometraggio della sceneggiatrice e regista britannica Aneil Karia. Il film è stato proiettato nella sezione Panorama del 70° Festival del Cinema di Berlino e vede come protagonista Ben Whishaw nei panni di un agente di sicurezza aeroportuale stanco della vita moderna. Abbiamo incontrato Aneil Karia a Berlino per parlare della realtà urbana e delle frustrazioni della società moderna.

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Cineuropa: Cosa è venuto prima, l'idea di realizzare un film dal ritmo sostenuto o la vicenda che ha imposto di girare il film con una tale intensità?
Aneil Karia: È stata sicuramente la vicenda che ci ha portati a girare il film con intensità. Quindi sì, volevo semplicemente creare un'esperienza. Volevo che il film fosse innanzitutto e soprattutto una sorta di cammino esperienziale, piuttosto che una storia governata dalla trama. Credo di aver saputo sin dall'inizio che sarebbe stato un film intenso, ma soltanto durante la sua realizzazione ho capito quanto lo sarebbe stato in realtà.

È la classica storia di un uomo normale che oltrepassa il limite, un po' alla Un giorno di ordinaria follia di Joel Schumacher.
Sì, quel film mi è tornato alla mente più volte durante lo sviluppo della trama.

Dunque, qual è stata la genesi e il processo di sviluppo di Surge?
Nel 2013 ho realizzato un cortometraggio con Ben Whishaw intitolato Beat, che analizzava la vita di un uomo ormai al limite di quello che può essere considerato il comportamento normale. Anche questo film è ambientato a Londra e pone in discussione la nostra tendenza a scindere tra ciò che può essere definito un comportamento normale e ciò che non lo è. Girare quel cortometraggio è stata una bellissima esperienza e da sempre nutro un profondo interesse per quella ristretta gamma di comportamenti che, in qualità di razza umana, abbiamo definito come accettabili, in particolare nella società più moderna. Questo è uno dei temi che volevo esplorare in modo più approfondito, per capire come la moderna esistenza urbana ci porti allo sfinimento e fino a che punto abbiamo soppresso i nostri istinti più primordiali. Ho pensato che sarebbe stato esaltante raccontare la storia di qualcuno che, finalmente libero da schemi limitanti e alienanti, intraprende un viaggio che finisce per offuscare il confine tra autodistruzione e autoliberazione – e che si spera possa concludersi con entrambi questi elementi.

Il rapporto tra Joseph e sua madre è affascinante.
Penso che molti si identificheranno in questo tipo di relazione, artefatta e distante, con le persone alle quali si è in realtà più legati, e nell'idea di crescere in un ambiente emotivo non aperto, sicuro o liberatorio, ma al contrario abbastanza chiuso e represso. Ovviamente, ciò continua, in un certo qual modo, a definire il tuo viaggio anche dopo aver lasciato quello spazio.

Perché ha scelto di far lavorare il personaggio principale nella sicurezza aeroportuale?
Abbiamo pensato che quel lavoro fosse interessante per lui perché gli aeroporti sembrano spazi assolutamente disumani, così pieni di esseri umani che vengono gestiti e spostati attraverso l'aeroporto in un modo quasi industriale, guidati come fossero bestiame. Vengono gestiti attraverso un sistema molto freddo e automatizzato, ed è anche un ambiente in cui le persone si trovano in un leggero, eppure palpabile, stato di ansia.

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(Tradotto dall'inglese da Gaia De Antoni)

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