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Belgio / Francia

Véro Cratzborn • Regista di La Forêt de mon père

"Abbiamo lavorato molto sul passaggio dalla fantasia alla stranezza, poi alla follia"

di 

- Incontro con la regista belga Véro Cratzborn, il cui primo lungometraggio, La Forêt de mon père, esce in Francia e in Belgio in questo inizio di luglio

Véro Cratzborn  • Regista di La Forêt de mon père

Incontro con la regista belga Véro Cratzborn, il cui primo lungometraggio, La Forêt de mon père [+leggi anche:
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intervista: Véro Cratzborn
scheda film
]
, ritratto sensibile e singolare di una ragazza che lascia gradualmente l'infanzia prendendo coscienza della malattia di suo padre, esce in Francia e in Belgio in questo inizio di luglio.

Cineuropa: Assistiamo al racconto attraverso gli occhi di Gina. Chi è lei?
Vero Cratzborn:
Incontriamo Gina all’interno della sua famiglia, e molto rapidamente questo singolare personaggio si distingue e si emancipa. Costruisco i miei personaggi con molti riferimenti pittorici in mente, specialmente da Nan Golding. Mi sono ispirata a foto, gesti, impressioni e qualità del movimento. Gina rappresentava per me il distanziamento attraverso lo sguardo e un corpo estremamente ancorato al terreno.

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Abbiamo lavorato in laboratorio con gli attori. Ho incontrato Léonie Souchaud due anni prima delle riprese, e abbiamo potuto lavorare regolarmente con lei durante un laboratorio di recitazione, con un coach per i movimenti.

Lavoro molto anche con i colori. Per Carole, il personaggio di Ludivine Sagnier, ad esempio, erano i colori primari, mentre i colori di Jimmy e Gina erano piuttosto vicini, legati alla foresta. Le mie associazioni di idee possono sembrare strane, ma mi aiutano a creare universi e personaggi.

Gina è in piena transizione nel film, lascia l'infanzia e si scopre come una donna.
Gina è in una fase di resistenza. Potrei accostarla a Ree Dolly in Un gelido inverno, resiste alla perdita dei suoi riferimenti, del suo mondo e, allo stesso tempo, il finale è molto aperto. Ho anche adorato lavorare nel qui e ora del film, lasciarmi ispirare dai miei collaboratori e i rischi delle riprese. Ci siamo persi nella foresta per esempio!

Parliamo del ruolo della foresta, appunto.
La mia prima immagine della foresta è la chioma delle piante, il mare di alberi, questo orizzonte. Nella foresta non esiste un sentiero dritto, e questo risuona con il pensiero della normalità. La natura ci resiste, pur essendo fragile, come Jimmy, il padre. Certo, c'è anche qualcosa della fiaba, essendo ambientato ai margini del bosco. È molteplice, la foresta. È un luogo rassicurante, un rifugio, e allo stesso tempo può diventare inquietante. Volevamo una foresta magica, inoltre, abbiamo girato in effetto notte. La foresta diventa di nuovo reale solo alla fine.

Avevamo molti vincoli riguardo al budget, ma anche perché giravamo con i bambini. Godard ha detto che al cinema non fai quello che vuoi, fai con quello che hai, ma questi vincoli possono essere molto creativi. Ci siamo chiesti come filmare di notte e l’effetto notte ha nutrito notevolmente la storia, in particolare la discrepanza con la realtà.

Può dirci qualche parola sul personaggio di Jimmy, sulla sua traiettoria?
Questo film parla di disturbi mentali, senza essere un documentario, è dalla parte della fenomenologia, dell'esperienza. L'esperienza di un’adolescente, di fatto, dal momento che il personaggio di Jimmy è visto attraverso gli occhi di Gina. È assolutamente bigger than life e abbiamo lavorato sulla transizione, il passaggio dalla fantasia alla stranezza, quindi alla follia. Si tratta della dissoluzione del corpo, e il lavoro su gesti e movimenti era molto importante. Non mi ritrovavo nelle rappresentazioni di quella che viene chiamata follia nel cinema. Cercavamo qualcos'altro in termini di percezioni sensoriali. Questa stranezza s’iscrive nella perdita di riferimenti. All'inizio, Jimmy è divertente, troviamo ciò che dice sensato. C'è un'incredibile organicità nel lavoro di Alban.

Ma è anche un film sui forgotten children, i figli dimenticati di genitori psicotici. Il delirio non è solo follia, è anche qualcosa di resistente alla società. I deliri di Jimmy lo proteggono, anche se si spinge troppo in là.

Come ha scelto i suoi attori?
Mi piacciono molto i film corporali, i film molto coreografici come quelli di John Woo, le scene di combattimento. Alban Lenoir che interpreta Jimmy ha un controllo del corpo impressionante. Gli ho mostrato una foto di Gena Rowlands, dove piange da un occhio, e lo ha fatto! Mi ha davvero sorpresa. Ludivine Sagnier, l'ho incontrata per volere del CNC. Infine, Léonie Souchaud l'abbiamo scelta due anni prima delle riprese. Ciò che mi ha colpito di lei è il suo senso della misura. E una vicinanza alla natura simile alla mia!

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(Tradotto dal francese)

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