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NAMUR 2020

Raphaël Balboni e Ann Sirot • Registi di Une vie démente

"Restare in equilibrio su una linea sottile"

di 

- Incontro con Raphaël Balboni e Ann Sirot, che hanno presentato il loro primo lungometraggio, Une vie démente, in apertura del Festival internazionale del film francofono di Namur

Raphaël Balboni e Ann Sirot  • Registi di Une vie démente
(© FIFF)

Apprezzati già da qualche anno per i loro cortometraggi (Lucha libre, Avec Thelma), Raphaël Balboni e Ann Sirot hanno presentato in anteprima mondiale il loro primo lungometraggio, Une vie démente [+leggi anche:
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intervista: Raphaël Balboni e Ann Sirot
scheda film
]
, in apertura del Festival internazionale del film francofono di Namur. Abbiamo parlato con loro del film.

Cineuropa: Potreste presentarci il film in poche parole?
Ann Sirot:
Une vie démente tratta di una situazione di base tragica, quella di una coppia in difficoltà perché il loro progetto di mettere su famiglia è ostacolato dal fatto che uno dei loro genitori si ammala. Ma volevamo provare a percorrere una linea di confine tra il versante drammatico della situazione e la gioia e la luce che ci sono in quell’esperienza.

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Effettivamente è un vero lavoro di equilibrismo, tra risate ed emozioni, una pulsione verso la vita.
Raphaël Balboni:
Abbiamo cercato di parlare di questa situazione spostando sempre un po' le cose, portando un lato giocoso, divertente, a volte burlesco.

A. S.: Abbiamo dovuto fare un lavoro costante di dosaggio tra la commedia che volevamo infondere e la realtà della situazione. Durante la scrittura e il montaggio, abbiamo tirato un po' da una parte e un po’ dall'altra.

R. B.: Le visioni di prova sono state molto importanti. Ne abbiamo fatte 11, e questo ci ha davvero permesso di aggiustare le cose con la nostra montatrice Sophie Vercruysse, di capire come venivano accolte le scene e cosa accadeva agli occhi degli spettatori.

Perché avete scelto di montare in jump-cut?
A. S.: È una decisione importante, perché condiziona il taglio del film. Ci libera dall'obbligo di fare il campo/controcampo, ma ci permette anche di gestire il ritmo della scena al montaggio, e questo è davvero molto prezioso, perché dà molta libertà agli attori. Non chiediamo loro di fare una scena perfetta, quello che chiediamo loro è di essere davvero lì l'uno per l'altro, di sfruttare la realtà della situazione, di lasciare irrompere le cose esterne. Questo è anche il motivo per cui non fissiamo i dialoghi. Ciò che gli attori tengono a mente sono le molte prove che abbiamo fatto e le discussioni che abbiamo avuto.

La libertà di recitazione riecheggia anche il soggetto del film. La malattia non viene mai evitata, ma quello che si finisce per provare intensamente è la libertà che essa genera.
A. S.: Sì, il punto del film è che prendersi cura degli altri non è sacrificio di sé! Se sacrifichiamo i nostri desideri, progetti, sogni, ci inaridiamo, diventiamo persone tristi, un po' acide, e non aiutamo noi stessi né la persona malata. Prendersi cura degli altri è il contrario di dimenticare se stessi.

R. B.: È anche sapersi reinventare. Come affrontiamo le cose che ci capitano nella vita, che all'inizio possono sopraffarci? Come vi possiamo trovare qualcosa di positivo?

Qual è l’origine del progetto?
R. B.: Uno dei nostri genitori aveva questa malattia, la demenza semantica, e per noi è diventato necessario parlarne. All'epoca c'era un bando per progetti a basso costo e ci siamo detti molto velocemente: proviamo. Era un contesto che ci ha permesso di parlarne girando velocemente e liberamente.

Potreste parlarci del vostro processo di scrittura, che è piuttosto particolare?
A. S.:
Cominciamo scrivendo una prima bozza che dia un'idea generale della storia. Poi scriviamo una scaletta, in cui lasciamo dei buchi. Non cerchiamo di far combaciare perfettamente le cose dalla A alla Z. Lasciamo degli spazi. Lavoriamo sulle scene chiave e lasciamo che gli attori ne prendano possesso. Quindi, riempiamo i buchi, costruiamo, decostruiamo, ricostruiamo. E’ come giocare con i mattoncini da costruzione. Il tutto continua sul set, lasciamo che accadano cose e le integriamo nel racconto. Vogliamo mantenere questa elasticità e questa energia mentale.

R. B.: Cerchiamo di rimanere molto organici, aperti, per catturare ciò che accade. Il che non è sempre facile, soprattutto quando si gira!

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(Tradotto dal francese)

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