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Svizzera / Italia

Michele Pennetta • Regista de Il mio corpo

“L’abbandono che mostro nel mio doc è lo specchio dell’Europa”

di 

- Il regista italiano parla del suo documentario girato in Sicilia, candidato ai Nastri d’Argento, che esce on demand in Italia il 26 febbraio

Michele Pennetta • Regista de Il mio corpo

Dopo aver terminato un lungo circuito di festival (prima mondiale a Visions du Réel, ACID Cannes, Film Fest Gent, Busan IFF, IDFA, tra gli altri) Il mio corpo [+leggi anche:
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di Michele Pennetta ha intrapreso una tournée con ACID a settembre nelle maggiori città francesi, inclusa Parigi, per poi uscire in sala a novembre con Nour Films. Sempre a novembre in Svizzera con Sister Distribution, e in Inghilterra e Irlanda con Curzon Artificial Eye (attualmente è sulla piattaforma curzonhomecinema.com). Acquisito anche da un distributore tedesco (l’uscita è a marzo), arriva in Italia on demand venerdì 26 febbraio per Antani Distribuzione in collaborazione con Kio Film, sulle piattaforme Zalabb, #iorestoinSALA e CG Digital. Il film, candidato ai Nastri d’Argento segue le storie parallele di Oscar, ragazzino siciliano che passa la sua vita tra le discariche abusive per raccogliere ferraglia, e Stanley, immigrato nigeriano che fa le pulizie nella chiesa del villaggio in cambio d’ospitalità e cibo.

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, tutti con temi ricorrenti.

Michele Pennetta: Ho cercato di sviluppare un punto di vista, per guardare ad una realtà che parla in modo molto più ampio. La Sicilia l’ho scoperta con il primo film, A Iucata, quando sono riuscito a entrare nel microcosmo delle corse clandestine di cavalli. È stato il primo progetto che mi ha aperto a questi mondi paralleli. Con gli altri film ho deciso di raccontare altri mondi, quelli dei margini, degli ultimi. Mi dicono che queste storie sembrano dei racconti di Verga ma contemporanei. Ed in effetti Il mio corpo si ispira ad una novella di Verga, “Rosso Malpelo”, che raccontava le miniere di zolfo. Io ho fatto mia quella realtà, l’ho raccontata con i miei occhi.   

Una Sicilia che potrebbe essere qualsiasi luogo.
Non ho raccontata una Sicilia degradata, in effetti non viene mai citato il luogo (tranne una volta). Quest’isola è semplicemente lo specchio dell’Italia e dell’Europa, sono realtà tipiche delle nostre società, che mostrano l’abbandono da parte delle istituzioni. È la ragione per cui il film è piaciuto tanto all’estero. In Francia mi chiedevano se l’avessi girato a Marsiglia, nel Nordafrica o nei Balcani. L’universalità di questi due racconti è resa paradossalmente dal dialetto siciliano e dalla lingua nigeriana che diventano una lingua comune, così come la semplicità di alcuni momenti, dei gesti in cui tutti possono ritrovarsi.

È compito del documentario raccontare questo cambiamento epocale e globale?
La migrazione è sdoganata dalla saturazione di immagini. Come far capire che questi mondi sono più vicini di quanto si pensi? Nel mio film volevo evidenziare che l’altro, il diverso non è solo il migrante. Anche se cerchiamo sempre di marcare una differenza tra noi e loro, i problemi, come la mancanza di lavoro, sono comuni. C’è stato un grande lavoro di montaggio per cercare di unire con un filo sottile le due storie.

Il documentario sta vivendo una rinascita?
Parlerei di riscoperta. Io sono andato via dall’Italia, sembra assurdo ma sono andato in Svizzera per potermi permettere di studiare cinema. Ho coltivato la passione per il documentario qui, nella parte francofona legata alla grande cultura del documentario della Francia, che non è certo recente. In Italia Gianfranco Rosi ha avuto il merito di legittimare il documentario vincendo il Leone D'Oro con Sacro G.R.A. [+leggi anche:
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e da qualche anno si è abbattuta la frontiera tra doc e finzione. Ma produrre un documentario è ancora complicato, Il mio corpo è la prima coproduzione che faccio con l’Italia. In Europa anche dal punto vista distributivo, il documentario ha cambiato il suo status, finalmente non è più una nicchia all’interno dell’universo cinematografico. Il pubblico ha più voglia di confrontarsi con la realtà in cui vive.

È iniziato un cambiamento nella fruizione dell’audiovisivo, e negli equilibri tra consumo in sala e consumo domestico. Secondo te è un vantaggio per i film che hanno più difficoltà ad andare in sala?
Per il dopo pandemia, penso che questa alternanza sala-piattaforma possa dare maggiore visibilità a certi film. Bisogna ripensare il luogo fisico cinema, ma quello che ci attende è un futuro prossimo in cui i film usciranno in sala e dopo pochi giorni andranno sulla piattaforma del circuito stesso. Del resto a causa della pandemia molti festival sono diventati ibridi e non la vedo come una cosa negativa, può aiutare il cinema indipendente ad essere più accessibile, ad uscire dall’ambiente strettamente cinefilo.

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