email print share on Facebook share on Twitter share on reddit pin on Pinterest

Italia

Nicolangelo Gelormini • Regista di Fortuna

“La mia ambizione era che lo spettatore provasse lo stesso senso di disagio, spaesamento, ambiguità della protagonista”

di 

- Il regista napoletano ci parla dell’approccio che ha scelto nel suo film d’esordio per raccontare un terribile fatto di cronaca

Nicolangelo Gelormini • Regista di Fortuna
(© Carlo William Rossi)

Dopo aver debuttato alla Festa del cinema di Roma e aver poi partecipato a vari festival internazionali (ottenendo un premio allo Stockholm Film Festival Jr il mese scorso), il primo lungometraggio del 43enne regista napoletano Nicolangelo Gelormini, Fortuna [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Nicolangelo Gelormini
scheda film
]
, che reinterpreta un terribile fatto di cronaca in chiave onirica e cubista, esce finalmente nelle sale italiane il 27 maggio con I Wonder Pictures. Abbiamo parlato con il regista del suo approccio a una storia così difficile da raccontare, quella di Fortuna Loffredo, una bambina che morì scaraventata giù dall’ottavo piano di un palazzone alla periferia di Napoli, portando alla luce un’orrenda trama di abusi su minori.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

Cineuropa: Perché, per il suo debutto alla regia di un lungometraggio, ha scelto la sfida di raccontare “l’irraccontabile”, come lei stesso lo ha definito?
Nicolangelo Gelormini: Il film mi fu proposto dal produttore Davide Azzolini sulla scia dell’onda emotiva molto forte che ebbe leggendo quel fatto di cronaca. All’inizio non volevo farlo perché credevo non ci fosse nessuno strumento espressivo per rappresentare un qualcosa di così buio. E invece l’arte serve proprio a cercare di fare chiarezza nell’animo umano, ha una funzione etica, sociale, e il cinema mi è sembrato il mezzo più giusto perché consente il fuori campo. Quindi ho deciso che proprio la volontà di non mostrare sarebbe stato il motore del film.

È un film spiazzante, in cui lo spettatore deve mantenersi attivo per capire e mettere insieme i pezzi.
La mia scelta è stata quella di non dare allo spettatore qualcosa di premasticato, bensì di sollecitarlo, a costo di fare un film divisivo. Da spettatore amo i film che ti stimolano, che non ti raccontano tutto. Credo che il pubblico sia intelligente. Mi piace mettermi nel solco di un cinema che cerca di dare un apporto, di consegnare un seme.

In quale condizione esatta voleva mettere lo spettatore?
Volevo metterlo nella stessa condizione in cui penso si trovi la protagonista. Il mio ideale era quello di trattare il film al pari di un’opera d’arte contemporanea, che ti dà significato ed emozione al tempo stesso. Questa simultaneità che amo nell’arte ho cercato di restituirla in questo altro mezzo espressivo che è il cinema. La mia ambizione era di creare un’immedesimazione perfetta con la protagonista, che lo spettatore provasse lo stesso senso di disagio, di spaesamento, di ambiguità. Fondamentalmente quel senso di tradimento, che è il fulcro del film. La storia di Nancy/Fortuna è una storia universale: di tutti i bambini che vengono traditi da coloro che dovrebbero amarli.

Come nasce questa struttura duplice e i doppi ruoli delle attrici protagoniste?
Se voglio raccontare il tradimento devo creare una realtà più o meno vera, e poi la devo in qualche modo smentire. Così si è fatta strada l’idea del doppio già in scrittura, con una struttura in due atti; poi nello sviluppo dei due personaggi femminili, che si scambiano i ruoli e tradiscono sia la protagonista che lo spettatore. Il doppio è emerso anche nella messa in scena, con le inquadrature spaccate in due tramite elementi architettonici. Realtà e contrappunto sono diventati il leitmotiv tematico ed estetico del film.

A proposito di elementi architettonici, in che modo i suoi studi in architettura hanno influito sulla sua rappresentazione degli spazi?
Gli studi di architettura ti formano un bagaglio culturale molto ampio, che va dalla storia dell’arte alla matematica pura. L’architettura entra in tutti gli aspetti della nostra vita; con essa, in qualche modo condiziono l’umore dello spettatore, il suo pensiero, lo sviluppo dei personaggi: se li incastro in un telaio quasi metafisico faccio in modo che si crei una tensione che viene trattenuta per poi esplodere. L’idea non era raccontare una periferia specifica, ma un Sud del mondo in cui la razionalità e le regole civili vengono meno. Necessariamente mi sono imbattuto nell’architettura brutalista, post-moderna, che caratterizza tanti Sud del mondo (Francia, Grecia, Argentina…).

Come ha lavorato con i bambini, su un materiale così delicato?
Lavorare con i bambini è la cosa che più mi spaventava all’inizio. I bambini sono elementi fragilissimi perché stanno formando e sviluppando la loro personalità, ho sempre un po’ paura a intromettermi nel loro processo di crescita ed espressione. Mi sono fatto aiutare da una coach per bambini, ho parlato con psicologi dell’infanzia. La scelta di tutta la squadra è stata di non raccontare a loro tutta la storia, nemmeno alla protagonista. Di procedere per pezzi, come un’operazione cubista, di raccontare ogni scena giorno per giorno, ma mai in maniera troppo chiara. D’altronde, se il film lo scomponi, le singole scene non contengono niente di oscuro. Questo non raccontare ti mette in uno stato di angoscia, ma la violenza non si vede mai.

Il suo film ha ricevuto anche il patrocinio di Save the Children.
È stato fondamentale, perché lavorando con i bambini e affrontando un argomento così spinoso avevo bisogno di sapere che il mio lavoro era stato fatto bene. Ci hanno dato la loro approvazione in ogni fase della realizzazione, dalla sceneggiatura al montaggio finale. Un grande risultato per un’operazione così libera, non istituzionale.

La sua prima esperienza nel cinema è stata come assistente di Paolo Sorrentino. Cosa ricorda?
Avevo vent’anni e la voglia di fare cinema, ma non sapevo da dove cominciare. Quell’anno esordiva Sorrentino a Napoli con L’uomo in più [+leggi anche:
trailer
scheda film
]
e ho avuto l’occasione di lavorare con lui. Ciò che ho assorbito stando sul set con lui l’ho capito molti anni dopo. Questa, come altre collaborazioni che ho avuto con Luca Ronconi e David Lynch, sono esperienze che ti fanno comprendere l’importanza di esprimere in pieno la tua personalità. E Fortuna lo considero un film che mi assomiglia molto, quindi non ho avuto paura di rischiare.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.

Leggi anche

Privacy Policy