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BLACK NIGHTS 2022 Concorso

Béatrice Pollet • Regista di Toi non plus tu n’as rien vu

“Le donne hanno problemi a farsi credere”

di 

- Abbiamo parlato con la regista francese del suo dramma molto sensibile e inquietante su una donna che nega la gravidanza

Béatrice Pollet • Regista di Toi non plus tu n’as rien vu

Béatrice Pollet presenta il suo nuovo lungometraggio, Toi non plus tu n’as rien vu [+leggi anche:
recensione
intervista: Béatrice Pollet
scheda film
]
, al Festival Black Nights di Tallinn, nel concorso internazionale. Il film racconta la storia di una donna che sperimenta la negazione della gravidanza. La regista francese fornisce una visione impressionante di un fenomeno che finora è stato studiato molto poco, e che è anche un argomento molto complesso che solleva importanti questioni sociali. Abbiamo parlato con lei del suo approccio al tema.

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Cineuropa: All’inizio del film, si apprende che la storia è ispirata a fatti realmente accaduti.
Béatrice Pollet: Lessi un piccolo articolo di giornale su un caso di negazione della gravidanza. Era difficile per me capire di cosa si trattasse, quindi ho iniziato a esaminare la questione. Ho poi conosciuto diverse persone che lavorano su questa condizione patologica, e ne ho appreso sempre di più. Ho parlato anche con donne che hanno avuto questa esperienza e raccolto le loro testimonianze. Da lì, ho creato il mio personaggio. Il film non è un documentario, bensì una chiara opera di finzione. Volevo creare una storia come quella di un romanzo, per spiegare quanto sia difficile il contesto.

Aveva molto materiale a sua disposizione?
Ci sono alcuni articoli di giornale, ma nel complesso non sono molto sostanziali. Trattano il problema solo superficialmente e non in modo costruttivo. Piuttosto che spiegarne la complessità, innescano incomprensioni e alimentano il risentimento nei confronti di queste donne. Quindi ho basato il mio lavoro principalmente su testimonianze orali di persone del mondo medico e legale.

Quali sono le cose più importanti che ha capito mentre lavorava al film?
Diverse cose: una riguarda il modo in cui la legge tratta tali casi. Dai racconti che ho ascoltato, ho imparato che in una situazione del genere succede qualcosa che è difficile da spiegare e da capire. Il corpo e il cervello sono disconnessi. Le donne sono in stato di shock e non sono in grado di agire in modo ragionevole. Metterle in carcere sembra essere la misura meno sensata, separandole dalle loro famiglie e dal sostegno di cui hanno bisogno. Non dovrebbero essere isolate o lasciate sole; devono farsi curare. Questa procedura non fa che peggiorare le cose per loro.

Su questo argomento, c'è la tendenza a confondere le cose. È importante capire che le donne che hanno sperimentato la negazione della gravidanza non devono essere confuse (o trattate) come quelle che uccidono i loro figli. Può succedere che i bambini muoiano in queste situazioni, ma non è mai intenzionale, e molto spesso accade perché le donne vengono colte di sorpresa e non ricevono l'aiuto di cui hanno bisogno al momento del parto. Certo, la società deve anche trovare una risposta specifica e un modo per chiedere giustizia per quei bambini, che muoiano o no, ma le donne non sono cattive madri, e nemmeno criminali.

La sua protagonista appartiene a una certa classe sociale: è un avvocato. Perché era importante?
La cosa più importante era dimostrare che questo può accadere a qualsiasi donna. Volevo evitare che il mio personaggio fosse troppo giovane; doveva avere un certo livello di istruzione e non doveva avere problemi fisici. Volevo anche che fosse già madre. Ciò rafforza il fatto che lei davvero non fosse in grado di capire cosa fosse successo, anche se aveva precedenti esperienze con il parto. Poi, il suo essere avvocato mi ha permesso di dimostrare che, pur sapendo molto bene cosa implicavano le sue azioni, non era in grado di impedirle. Sa qual è la procedura legale ma non riesce comunque a reagire; è scioccata dalle domande e non può rispondere. Alla fine, quando finalmente riesce a tornare a casa e ad uscire di prigione, torna l'avvocato che è, e può collaborare con la sua migliore amica alla sua difesa. Questa è una specie di catarsi per lei. Ciò che è anche essenziale capire è che ogni donna e ogni caso di negazione della gravidanza è a se stante.

Perché ha scelto un'estetica così sobria e una narrazione così lineare per il film?
L'argomento è di per sé abbastanza complesso. Volevo rendere giustizia a queste donne. Doveva esserci spazio per i dubbi, ma alla fine volevo dimostrare che noi, come società, dovremmo essere in grado di iniziare a credere a queste donne. Questo è qualcosa con cui le donne devono confrontarsi: hanno problemi a farsi credere dalle persone.

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(Tradotto dall'inglese)

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