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Bertrand Faivre • Produttore

Scoprire gli Almodovar, i Loach o i Desplechin di domani

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Bertrand Faivre  • Produttore

Rappresentante di società francesi (Le Bureau – Le Petit Bureau) e inglesi (The Bureau), Bertrand Faivre propone la sua analisi sulla produzione cinematografica da una sponda all’altra della Manica e in una cornice europea. Il punto di vista illuminato di un professionista che si adopera per incoraggiare un cinema di qualità (articolo).

Cineuropa: è così diverso fare il produttore a Parigi o a Londra?
Bertrand Faivre: Per quanto riguarda il rapporto con gli autori e la creazione dei film, è lo stesso mestiere, ma cambia per i finanziamenti e l'accesso al mercato. È molto più difficile finanziare film in Inghilterra perché il sistema di sostegno al cinema è molto debole. O sei nel mercato o è impossibile, o comunque molto difficile, avere successo (per la televisione ci sono solo la BBC e Chanel 4 che non hanno nessun obbligo d’investimento), mentre in Francia abbiamo da un lato le produzioni commerciali e dall’altro una certa diversità culturale, senza dimenticare gli obblighi non trascurabili di pre-acquisto di film europei. Al contrario, quando un film inglese funziona, il suo impatto sul mercato internazionale è molto più forte. Per esempio, se Il guerriero [+leggi anche:
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, che ha raggiunto i 3,5 milioni di dollari d’incasso, fosse stato realizzato da un francese con attori indiani, avrebbe fatto un sesto degli incassi, proprio come il film dell’orrore Isolation – La fattoria del terrore, con il quale Lions Gate ha superato i 2 milioni di dollari dalle vendite internazionali. Il sistema francese è molto più vario e permette, e questo è molto positivo, di sostenere più anelli di una stessa catena, di non mollare tutto se si verifica un flop o un successo. Per l’America, l’Inghilterra è il terreno di caccia per eccellenza, ma non bisogna dimenticare che i grandi successi inglesi di questi ultimi anni (The Millionnaire [+leggi anche:
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, la fortunata serie di Richard Curtis…) non copiano i film americani. Oltretutto se pensiamo che queste grandi produzioni stanno diventando economicamente indipendenti, a mio avviso l’Inghilterra sposterà pian piano la sua attenzione verso l’Europa.

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Sembra che dopo la fine del “sales & lease back” le coproduzioni franco-britanniche siano diventate più deboli…
L’Inghilterra rientra nella maggior parte dei paesi europei che cercano di attirare produzioni di film sul territorio nazionale, altrimenti non ci sarebbero coproduzioni. E il nuovo sistema inglese d’incentivi fiscali non è fatto per favorire le coproduzioni con l’Europa, ma ovviamente per attirare Tom Cruise e Julia Roberts a Londra. È una procedura simile a quella adottata ad esempio dai paesi dell’Est: attirare i guadagni a casa propria senza preoccuparsi dell’aspetto culturale del cinema.

Non è questa una tendenza diffusa in Europa?
Ci sono comunque molti accordi bilaterali tra la Francia e la Germania, tradizioni culturali tra la Francia e il Belgio, un interesse comune per modi diversi di fare cinema. Per quel che mi riguarda non ho mai lanciato delle coproduzioni solo perché c’era la certezza di un guadagno. Se c’è tanto meglio, ma sono soprattutto i progetti interessanti con registi validi che mi interessano, come quando ho prodotto Joyeux Noël - Una verità dimenticata dalla storia [+leggi anche:
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di Christian Carion (con Christophe Rossignon). All’epoca del “sale & lease back” era facile affiancare questa volontà a un interesse economico. Oggi non è più così, ma se questo ha scoraggiato la maggior parte dei produttori inglesi, non si può dire lo stesso di me. Quando trovo una persona valida con la quale si lavora bene, perché non andare sino in fondo? Ho fatto un film con Asif Kapadia e stiamo pensando al terzo, da tre anni lavoro a un progetto con James Marsh, Billy O’Brien sta scrivendo per me il suo secondo film, lavoro da 15 anni con Fabienne Godet e per la seconda volta con Christophe Ruggia. Ci sono anche delle novità, come la giovane regista spagnola Celia Galan Julve, di cui produrrò il primo lungometraggio.

Qual è la sua strategia di sviluppo?
Per quel che riguarda la tipologia di film e di registi che mi interessano, è meglio guardare al numero di paesi che comprano il film e al suo successo internazionale piuttosto che alla prima proiezione della giornata. Nel caso di una commedia 100% francese con Dany Boon e Sophie Marceau, sarà la proiezione delle 14.00 a dirci se il film funziona, non ci sono altri criteri. Diversamente, per un film come Sauf le respect que je vous dois [+leggi anche:
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, il modo in cui circola sul mercato internazionale sarà interessante quanto il successo limitato che otterrà al botteghino. Tutto ciò affiancato da un utilizzo consapevole del budget. Bisogna partire da questo presupposto: Loach e Almodovar non verranno a vedere il mio film, quindi ho voglia di lavorare da subito con quelli che tra 10-15 anni saranno i nuovi Loach, Almodovar e Desplechin. Ci vuole tempo e la nostra epoca non è molto disposta a darcelo, ma viviamo in un sistema europeo abbastanza clemente con numerose fonti di finanziamento, anche se talvolta è complicato fare progetti a lungo termine.

Cosa pensa della rinascita del cinema di genere in Francia?
In Francia c’è stato per lungo tempo il rifiuto di fare cinema di genere, fatta eccezione per la commedia. Il panorama cinematografico si limitava al cinema d’autore da una parte e alle grosse commedie popolari dall’altra. Negli ultimi anni abbiamo visto un ritorno del film giallo e Luc Besson, Fidélité e altri hanno portato avanti l’idea che si potessero fare film 100 % francesi e rivolti a un pubblico di “teenager”. Il mondo si è aperto e possiamo rallegrarcene come soffrirne, ma una delle conseguenze è che il livello che un film deve avere per bucare il mercato internazionale è cresciuto. Questo è molto chiaro nel rapporto del “Club des 13”: adesso uno o due film francesi all’anno riescono a malapena a sopravvivere, mentre prima era molto più semplice a livello internazionale. Questo però invoglia i produttori europei ad affrontare i generi che sino agli Anni 90 erano appannaggio esclusivo del cinema americano, come l’hanno dimostrato ad esempio Il labirinto del fauno [+leggi anche:
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